La famosa collaboratrice di Report Giulia Innocenzi ha deciso di denunciare, tramite un video di due minuti pubblicato sui social, gli insulti ricevuti nel bel mezzo della crisi del programma di Rai3: allusioni a favori sessuali, giochi di parole squallidi utilizzando il proprio cognome, l’idea che la carriera di una donna passi dal letto e non si sviluppi mai per professionalità. Ha parlato giustamente e legittimamente di atmosfera da branco, di violenza, di armi subdole usate quasi sempre per ricordare alle donne di restare al loro posto. Così ha anche annunciato di aver dato mandato al suo avvocato di querelare luno per uno gli autori delle ingiurie.
Chiariamo subito un punto: Innocenzi su questa dinamica ha pienamente ragione. Quei commenti sono al meglio tristi, debilitanti, indegni; al peggio disgustosi, offensivi, gravi. Il buon senso evidenzia che ridurre le capacità di una professionista a delle accuse infondate sulla vita privata è volgare e va stigmatizzato, a prescindere da chi lo subisce e da chi lo pronuncia. Il problema in questo caso però non è la denuncia ma il silenzio che l’ha preceduta su casi analoghi…
Questo giugno, ad esempio, molti ricorderanno che alla Camera dei Deputati il capogruppo M5S in commissione Esteri Francesco Silvestri si è rivolto a Giorgia Meloni con la stessa immagine: secondo lui, la premier non aveva alzato la schiena su Trump e Netanyahu e aveva (testualmente) “indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. In questo caso, peraltro, il commento non arrivava dal telefono di un signor nessuno, probabilmente chiuso in casa e costretto a odiare sui social poiché infelice e frustrato; arrivava da un rappresentante e persino leader di un partito d’opposizione. Meloni ha replicato da sola, senza bisogno di girare alcun video, e ha affermato con convinzione che è arrivata dove è arrivata “senza mai indossare delle ginocchiere, senza favoritismi e senza scorciatoie”. Parte dell’opposizione ha minimizzato fischiettando qua e là. Il resto del Paese però ha capito benissimo a cosa alludesse quella parola.
Eppure da parte di Innocenzi, quel giorno, non si è letta mezza riga di solidarietà. Né da lei né dalla redazione di Report che ora si scopre sensibile al linguaggio che umilia le donne. A quanto pare, le femministe che si indignano a fasi alterne hanno preferito guardare altrove. Una donna di destra forse può essere equiparata a un individuo di facili costumi in Parlamento solo perché questa è una banale battuta politica? E allora, però, per quale ragione se la stessa formula viene usata da anonimi sotto i post di una inviata di sinistra diventa violenza di genere e materia da querela?
Forse solo adesso Innocenzi scopre che l’allusione alle ginocchiere per una donna è un grave insulto che getta discredito sulla propria professionalità. E lo comprende solo dopo averlo vissuto a sue spese però, quando invece avrebbe potuto scoprirlo e sollevare un polverone a giugno, ascoltando l’Aula.
Nessuno chiede a Innocenzi di difendere Meloni, ma solo di avere un pochetto di coerenza in più; se un’offesa è violenza quando arriva a te, lo è anche quando arriva a chi non la pensa come te. Altrimenti non è femminismo: è appartenenza politica degna di uno Stadio di Serie C. E l’appartenenza, in questi casi, somiglia troppo a quel branco che lei stessa denuncia…
Alessandro Bonelli, 25 settembre 2026
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