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La crisi del gas

Il tetto al prezzo del gas fa flop. E la Germania lo paga meno

Ue spaccata sulla fissazione del price cap al gas. Ecco il principale Paese che ne ostacola l’applicazione

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Continua la spaccatura, in sede europea, sulla fissazione del tetto al prezzo del gas. La Commissione ha inserito la misura del price cap all’interno del nuovo pacchetto di aiuti, deliberato dai ministri dell’Energia dei Paesi membri, ieri a Bruxelles, in occasione del Consiglio Europeo. L’esito ha portato al via libera anche della tassa sugli extraprofitti, a riduzioni di tasse per le imprese in stato di crisi, alla separazione in bolletta dei costi dell’elettricità derivante dal gas, rispetto a quella prodotta dalle altre fonti.

Price cap flop

Ma i problemi sembrano essere tutt’altro che passati. I 27 Stati Ue rimangono bloccati sull’estensione del price cap alle forniture di gas in generale. Attualmente, la misura è imposta esclusivamente per le esportazioni di Mosca, ma questo limite rischia di rimanere una sanzione più teorica che pratica. Putin, infatti, ha radicalmente ridotto le proprie forniture di gas verso l’Occidente, ormai da molti mesi; arrivando a bloccare il gasdotto Nord Stream 1 per manutenzioni, e provocando un ingente danno soprattutto nei confronti delle riserve tedesche.

Da qui, entra in gioco il ruolo particolare svolto da Berlino. Scholz, infatti, rimane ben lungi dal sostenere la posizione italiana, ovvero l’estensione del price cap a tutte le forniture di gas. E i motivi sono essenzialmente due. Da una parte, la Germania è la prima cliente del colosso russo Gazprom, dalla quale Berlino può contare su prezzi fortemente ridotti, rispetto a quelli imposti al resto d’Europa. Dall’altra, come ben spiegato da Federico Fubini, sulle colonne de Il Corriere della Sera: “Gli accordi di lungo termine di fornitura di Gazprom alla Germania sembrano diversi, più stabili”.

Gli interessi di Berlino

Ad inizio dello scorso anno, infatti, Berlino poteva contare su un prezzo più vantaggioso del 10 per cento, rispetto a quello degli altri Stati comunitari. Con lo scoppio della guerra, ecco che il valore rimaneva ancora più conveniente, visto che era pari alla metà rispetto a quello di Ungheria e Lettonia (40 megawattora contro 80), Paesi totalmente dipendenti dalle forniture del Cremlino.

Per queste due ragioni essenziali, la Germania sta mantenendo una posizione di terzietà, rispetto alle convinzioni italiane, portate avanti dal ministro Cingolani. Quest’ultimo, però, rimane fiducioso: “Quindici Stati si sono pronunciati a favore del price cap generalizzato, ovvero su qualsiasi importazione di gas, non solo quello di un operatore o di un Paese”. Tra questi, però, non rientra né la Germania di Scholz, né la Francia di Macron; oltre ad secco no arrivato anche dalla Commissione Europea, favorevole a colpire esclusivamente la Russia.

Toccherà ai leader europei, il 6 ottobre, decidere sull’imposizione e sulle modalità della misura. È certo, però, che ad oggi l’Ue rimane totalmente spaccata. Ed il Paese trainante del continente, la Germania, ne risulta essere il principale ostacolo.

Matteo Milanesi, 10 settembre 2022