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Il trionfo dell’ignoranza enciclopedica

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La mia piccola storia è costellata di parole e in quel firmamento cerco costantemente una direzione. Forse perché sono nata in una famiglia in cui le parole condivano tutto e spesso si intrecciavano in argomentazioni complesse e, come nelle disputationes medievali, alla fine del dibattito, il magister, mio padre, dava una soluzione che creava sdegno, arrabbiature e certezze.

Il guaio è che oggi ci troviamo in una inaudita tempesta di parole, esaltati da un’overdose di concetti che arrivano velocemente, ci inondano e poi spariscono senza un netto distinguo e vagliare tutto è diventata una sfida per pochi: i programmi tv, la rete, i giornali, i familiari, gli amici, i conoscenti e i conoscenti dei conoscenti. È una pioggia incessante che non ci permette di tenere gli occhi bene aperti perché batte copiosa sulle palpebre.

Siamo sovraesposti, dobbiamo prendere posizione e allora tentiamo di snocciolare argomentazioni a supporto delle nostre illuminanti teorie che, senza tanti rimorsi, potremmo benissimo smentire poco dopo dentro e fuori dai social. Giudichiamo tutto e tutti, in special modo le professioni che non conosciamo e che non saremmo mai in grado di svolgere. Tuttavia, nonostante il libero accesso alle fonti, sembra quasi che la congerie di informazioni non ci arricchisca, bensì ci stordisca e ci porti, dopo una rincorsa affannosa, allo smarrimento di senso: antitesi della meditazione e della sedimentazione.

È il trionfo dell’ignoranza enciclopedica (cfr. Bouvard e Pécuchet di G. Flaubert) in cui il rischio paradossale diventa il nichilismo, perché tante parole e tanti discorsi perdono vigore e senso se manca lo scopo, se non servono per dare una risposta ai perché. Sento allora un’esigenza viscerale di silenzio per depurarmi dal frastuono che mi circonda. In solitudine setaccio, trattengo solo le cose importanti e riesco a vedere la lucentezza delle parole più preziose che scopro essermi state già consegnate.