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Dove eravamo rimasti (Gabriele Canè)

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Si può dire che il Covid abbia fatto piuttosto bene alla saggistica, almeno in termini quantitativi. Non si contano più le pubblicazioni: le prime sono state quelle degli accorti virologi, pronti ad uscire quando le librerie non erano ancora aperte. Noi stessi abbiamo recensito un paio di libri sui terribili mesi del virus e sulle sue conseguenze politiche. Oggi ci accingiamo a farlo per la terza volta. Abbiamo sotto mano Dove eravamo rimasti (Minerva edizioni) di Gabriele Canè. È un libro scritto divinamente, cosa piuttosto rara di questi tempi. E con un taglio originale. «Abbiamo perso molti amici – scrive nella sua introduzione il giornalista – e anche molti diritti», ma il libro è solo sottilmente saggistico.

Canè vuole prendere alcuni aspetti della nostra vita che si sono ribaltati, forse inesorabilmente. È un mini bilancio sociale in diciassette capitoli, del tenore: «Quando c’erano i nonni»; «Quando c’erano i virologi»; «Quando andavamo all’estero»; «Quando non volevamo la plastica»: Il tono è lieve ma profondo. Quando ci davamo la mano facevamo sostanzialmente un esame sociologico dei nostri rapporti: a un amico intimo non la stringevi, a una signora la baciavi ed eri automaticamente un elegantone. Ci siamo ridotti a battere il cinque, e forse questo è bene averlo perso. «Oggi non stringersi la mano è diventato un segno di guerra: al virus».

Forse ritorneremo ai nostri antenati che si salutavano con un semplice «Ave»: dipenderà tutto, aggiungiamo noi, dalla posizione del braccio. E per quanto riguarda la plastica, secondo Canè forse abbiamo esagerato nell’abbandonarla. Ma vedete forse oggi qualcuno andare in palestra con una bottiglietta di plastica in mano? Domanda retorica, anche forse troppo, posto che in palestra non ci andiamo praticamente più.