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Incubo digitale: il mistero dei green pass che non funzionano - Seconda parte

Il certificato verde oltre a essere uno strumento liberticida è il simbolo della peggiore dittatura burocratica

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Non prendi mai in considerazione che, a prescindere dalla volontà tua o dello Stato, tu possa essere considerato colpevole perché il sistema non funziona. Un bug in una app può essere sufficiente, in un periodo come questo, a tagliarti fuori da gran parte della vita sociale. Anche dal tuo stesso lavoro, volendo essere pessimisti.

Terzo: siamo proprio sicuri che tutti i controllori siano in buona fede? A Napoli, non più tardi di una settimana fa, un latitante è stato arrestato grazie a un controllo del Green Pass. Bravissimi, giustizia è fatta. Ma, un momento: questo vuol dire che la Guardia di Finanza (perché è il Ministero dell’Economia e delle Finanze che gestisce il Green Pass), può tracciare i nostri movimenti per scopi differenti dalla lotta alla pandemia. Se lo Stato fosse fatto di santi, ci metteremmo il cuore in pace. Se c’è un sistema che permette di tracciare i nostri movimenti, mettendoli a disposizione delle autorità, cosa potrebbe mai andare storto? Nulla, figuriamoci. Finché non incontri qualcuno, piazzato al posto giusto, che vuole rovinare te o la tua azienda.
E quanto entusiasmo per questa forma di digitalizzazione della burocrazia!

C’è anche chi, come l’ex sottosegretario all’Economia Alessio Villarosa, prima del Covid, proponeva un unico documento, elettronico, che unisse carta d’identità elettronica, codice fiscale, patente e bancomat. Comodissimo. Come in Cina, dove tutto è fuso in poche app e si paga col cellulare attraverso il proprio profilo di WeChat, il social network più diffuso da quelle parti. E quando scrivi qualcosa che al regime non è gradito, ti bannano da WeChat e al tempo stesso ti bloccano il conto corrente.

Stefano Magni, 5 febbraio 2022