Nel quarto giorno di guerra tra Israele e Iran la tensione continua a salire. Ieri uno dei raid israeliani ha colpito la sede dell’emittente statale iraniana Irib, interrompendo in diretta una trasmissione. Le immagini, rapidamente rilanciate da media locali e internazionali, mostrano calcinacci cadere nello studio e la conduttrice, Sahar Emami, costretta alla fuga mentre lo schermo si oscura tra il fumo. Poco dopo, Emami è ricomparsa in onda da un altro studio, dichiarando la presenza di «corpi tra i reporter» all’interno dell’edificio colpito.
Stanotte invece l’Idf ha eliminato il nuovo Capo di Stato Maggiore Ali Shadmani. “Durante la notte, l’Aeronautica militare israeliana, avvalendosi di precise informazioni d’intelligence ricevute dal Direttorato Intelligence dell’IDF e cogliendo un’opportunità improvvisa, ha colpito un centro di comando operativo nel cuore di Teheran, eliminando Ali Shadmani, Capo di Stato Maggiore in tempo di guerra, il più alto comandante militare iraniano e il braccio destro del Leader Supremo Ali Khamenei”, ha affermato nel comunicato l’IDF. “Shadmani ricopriva il doppio incarico di Capo di Stato maggiore in tempo di guerra e comandante del Comando d’emergenza delle Forze armate iraniane. Aveva autorità sia sul corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) sia sull’esercito regolare. All’inizio dell’operazione, era stato nominato alla guida delle Forze armate iraniane dopo l’eliminazione del suo predecessore, Alaa Ali Rashid, ucciso nel colpo d’apertura dell`Operazione ‘Rising Lion'”.
Secondo quanto riferiscono fonti iraniane, il bilancio delle vittime nel Paese ha raggiunto i 224 morti. Le autorità accusano Israele di aver colpito anche un ospedale nella zona occidentale del Paese. In Israele, il numero delle vittime ha superato le 20 unità. Centinaia i feriti da entrambe le parti.
A contribuire all’escalation, anche le indiscrezioni rilanciate da fonti diplomatiche secondo cui Israele avrebbe presentato agli Stati Uniti un piano dettagliato per l’eliminazione fisica della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Secondo il Wall Street Journal, il presidente Donald Trump si sarebbe opposto, ponendo il proprio veto sull’operazione. Ma il tema è stato affrontato pubblicamente per la prima volta dallo stesso Benjamin Netanyahu, che, intervistato da ABC News, non ha escluso esplicitamente tale possibilità. “La sua eliminazione non aggraverebbe il conflitto, lo porrebbe fine”, ha dichiarato. Alla domanda se Israele intenda davvero colpire Khamenei, il premier ha risposto con una formula evasiva: “Stiamo facendo ciò che dobbiamo fare”. Secondo l’emittente indipendente Iran International, lo staff più stretto della Guida Suprema starebbe esplorando l’opzione di un salvacondotto verso la Russia, nel caso in cui la situazione militare peggiorasse ulteriormente.
Tornando alla battaglia sul campo, Teheran ha nuovamente colpito il territorio israeliano con una raffica di missili, alcuni dei quali sono riusciti a eludere il sistema di difesa Iron Dome. Le Forze di Difesa israeliane (Idf) hanno risposto con una nuova ondata di attacchi aerei, rivendicando la distruzione di un terzo delle postazioni missilistiche iraniane. “La nostra Aeronautica controlla ora i cieli di Teheran”, ha dichiarato Netanyahu in visita alla base militare di Tel Nof. A Cesarea, dove si trova la residenza privata del premier israeliano, è stato intercettato uno dei droni lanciati dall’Iran. Per contrastare i nuovi dispositivi, l’esercito israeliano ha schierato anche il sistema di difesa Barak Magen, già testato nei mesi scorsi.
Intanto, la campagna aerea di Israele prosegue con l’obiettivo di neutralizzare obiettivi ritenuti strategici. Il ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha definito l’emittente Irib “il megafono della propaganda iraniana”, giustificando l’evacuazione della zona come misura preventiva. L’Idf ha inoltre ribadito che la struttura sarebbe stata utilizzata “per operazioni militari sotto copertura civile”, una motivazione già adottata in passato in contesti simili, come a Gaza.
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Sul piano diplomatico, segnali contrastanti. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran avrebbe espresso, tramite mediatori arabi, una possibile disponibilità a cessare le ostilità e riaprire i negoziati sul programma nucleare. Un’iniziativa che l’ex presidente Trump ha accolto con freddezza: «Gli iraniani vogliono parlare, ma avrebbero dovuto farlo 60 giorni fa», ha dichiarato dal Canada, dove si trova per il G7. Fonti della sua campagna confermano che non intende firmare la dichiarazione comune del vertice che chiede una de-escalation del conflitto.
Anche il tema di una mediazione internazionale è oggetto di divisioni. Dopo che Trump ha aperto alla possibilità di un ruolo di Vladimir Putin come facilitatore, l’Unione Europea ha reagito con fermezza: “La Russia non ha alcuna credibilità”, ha affermato un portavoce della Commissione, aggiungendo che “i precedenti dimostrano che Mosca è interessata solo al proseguimento dei conflitti”. Anche al G7 la strada è in salita. La bozza di dichiarazione congiunta proposta dai Paesi europei, che chiedeva una de-escalation del conflitto tra Iran e Israele e un ritorno al tavolo dei negoziati, non ha ricevuto il sostegno degli Stati Uniti. La Casa Bianca, attraverso fonti interne, ha fatto trapelare che il presidente Donald Trump non intende sottoscrivere il documento. Una scelta che sembra riflettere una strategia di maggiore libertà d’azione, nel segno di un sostegno più esplicito a Israele.
“Credo che ci sia un consenso diffuso sulla necessità di una de-escalation. Il punto ora è capire come realizzarla concretamente”, ha affermato il premier britannico Keir Starmer, cercando di mantenere una linea di equilibrio. Trump, tuttavia, ha ribadito un approccio più netto. Commentando le indiscrezioni, rilanciate dal Wall Street Journal, secondo cui Teheran avrebbe manifestato l’intenzione di fermare il conflitto e riaprire i colloqui sul programma nucleare, il presidente statunitense ha dichiarato: “Gli iraniani vogliono parlare, ma avrebbero dovuto farlo prima. Hanno avuto 60 giorni”. E ha aggiunto: “Il conflitto è doloroso per entrambe le parti, ma l’Iran non sta vincendo questa guerra. Dovrebbero trattare subito, prima che sia troppo tardi”.
In questo quadro di crescente complessità geopolitica, si è affacciata anche la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan, in una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha offerto Ankara come possibile sede per una trattativa, proponendo il ruolo di «facilitatore» del dialogo.
Franco Lodige, 17 giugno 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI



