Il Medio Oriente si è svegliato nel rumore delle sirene e delle esplosioni. Da una parte Israele, che ha proclamato lo stato d’emergenza e richiamato i riservisti. Dall’altra Iran, con colonne di fumo nel centro di Teheran e la promessa di una risposta “proporzionata e devastante”. In mezzo, per così dire, gli Stati Uniti, entrati in azione al fianco di Gerusalemme con una campagna aerea e navale che – secondo fonti occidentali – era in preparazione da mesi.
L’operazione israeliana, battezzata “ruggito del leone”, arriva dopo settimane di segnali di escalation. Il premier Benjamin Netanyahu ha rivendicato l’attacco come necessario per “rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dal regime terroristico in Iran” e impedire che Teheran si doti dell’arma atomica. Nelle prime ore sono stati colpiti ministeri chiave, l’area dell’Organizzazione per l’Energia Atomica, basi dei Guardiani della Rivoluzione e obiettivi sensibili a Isfahan e Qom. Poi la notizia che ha fatto il giro del mondo: la morte dell’ayatollah Ali Khamenei.
La reazione iraniana non si è fatta attendere: missili e droni verso obiettivi israeliani e contro installazioni militari americane nella regione. A Tel Aviv, ospedali e infrastrutture critiche sono stati trasferiti sottoterra. La regione si prepara a giorni – forse settimane – di attacchi incrociati. Il presidente Donald Trump ha scandito l’obiettivo politico dell’offensiva: “l’Iran non potrà mai avere l’arma nucleare”. Ma il passaggio più rilevante è quello rivolto direttamente agli iraniani: “Prendete il controllo del vostro governo. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo, sarà vostro. Probabilmente sarà la vostra unica occasione per generazioni”. E ancora, ai Pasdaran: “Deponete le armi e avrete un’immunità totale o sarà morte certa”.
Parole che riaprono il dibattito sul “regime change”, lo spauracchio agitato da anni dagli ayatollah. Eppure, osservatori diplomatici leggono la strategia di Washington in modo più sfumato: non tanto un cambio di sistema, quanto un cambio al vertice. Un “leader change” capace di ridisegnare l’equilibrio interno senza necessariamente smantellare l’architettura dello Stato islamico. Il precedente evocato è il Venezuela: forte pressione internazionale, sanzioni, sostegno all’opposizione, ma nessuna invasione su larga scala per rifondare il Paese. Anche in Iran, l’impressione è che la Casa Bianca miri a logorare il cuore del potere – la Guida Suprema Ali Khamenei e il circuito dei Pasdaran – più che a gestire in prima persona un dopoguerra imprevedibile.
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Il problema è cosa accadrebbe il “giorno dopo”. L’opposizione iraniana è tutt’altro che compatta. Le proteste degli ultimi anni – dalla crisi economica al movimento “Donna, Vita, Libertà” – hanno mostrato una società civile viva, ma frammentata. Reti studentesche, comitati di quartiere, attivisti coordinati via social: molte energie, pochi leader riconosciuti. In esilio si muovono figure di peso. Il più noto è Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto, che propone un sistema laico e democratico da sottoporre a referendum. È sostenuto da parte della diaspora e dai monarchici, ma osteggiato da repubblicani e sinistra. Sul fronte opposto c’è Maryam Rajavi, volto dell’Organizzazione dei Mujahideen del Popolo e guida del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, con ramificazioni in Europa. Un gruppo storico, controverso, che negli anni Settanta colpì obiettivi dello scià e statunitensi Altri movimenti, riuniti nella coalizione Hamgami, rivendicano una repubblica democratica e laica. Ma nessuno, al momento, appare in grado di imporsi come guida condivisa in un eventuale vuoto di potere.
Il Mossad si rivolge direttamente agli iraniani in lingua persiana: “Fratelli e sorelle iraniani, non siete soli”. E lo stesso Trump insiste: “L’ora della vostra libertà è a portata di mano”. Ma la domanda resta sospesa sopra Teheran e Tel Aviv: la pressione esterna basterà a scardinare un sistema che governa dal 1979? O produrrà soltanto un riassetto interno, lasciando intatta la struttura del potere? Se l’obiettivo è davvero il “leader change”, la partita si giocherà più nei palazzi e nelle caserme che nelle piazze. E il destino dell’Iran dipenderà non solo dalle bombe, ma dagli equilibri – fragili e opachi – del suo establishment.
Franco Lodige, 1 marzo 2026
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