Ciò che sta accadendo in Medio Oriente è più o meno noto a tutti. Israele ha lanciato una serie di attacchi mirati contro infrastrutture iraniane, nell’ambito di un’operazione denominata Rising Lion. L’obiettivo dichiarato: fermare il programma nucleare della Repubblica islamica, che secondo le autorità israeliane rappresenterebbe una minaccia esistenziale in prospettiva di un possibile utilizzo militare. L’Aiea – l’agenzia internazionale per l’energia atomica – ha infatti approvato una risoluzione per denunciare le “numerose inadempienze” dell’Iran nel fornire risposte complete sulle sue attività nucleari. Senza dimenticare il documento che segnala “la generale mancanza di cooperazione” da parte di Teheran, che ha disposizione abbastanza uranio arricchito al 60 per cento di purezza per poter realizzare nove bombe atomiche.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Il contrattacco iraniano ha segnato l’inizio di un’escalation che, se non sarà contenuta, rischia di innescare un conflitto regionale di vasta portata. Fonti diplomatiche parlano già di un possibile coinvolgimento statunitense, con Donald Trump che monitora da vicino l’evolversi degli eventi. Riflettori accesi sul dossier nucleare, una storia che parte da lontana e il cui destino è tutto da scrivere.
Al centro della questione c’è un processo tecnico noto come arricchimento dell’uranio. Attraverso un sistema di centrifughe, l’isotopo U-235 viene separato e concentrato, fino a raggiungere percentuali variabili. Per scopi civili – come la produzione di energia elettrica – è sufficiente un livello di arricchimento tra il 3% e il 5%. Le armi atomiche, al contrario, richiedono un livello vicino al 90%, evidenzia GeoPop. Il salto tecnologico è tutt’altro che banale: serve tempo, competenze, infrastrutture. E una rete logistica difficilmente occultabile, soprattutto sotto lo sguardo vigile della IAEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
La mappa degli impianti nucleari iraniani è ben nota agli osservatori internazionali. A Bushehr sorge l’unica centrale civile operativa, destinata alla produzione energetica. Gli impianti più controversi sono però quelli di Natanz e Fordow, dove si concentra l’attività di arricchimento dell’uranio. Entrambi sono costruiti sottoterra, a profondità variabili: 20-30 metri a Natanz, fino a 90 a Fordow. Accanto a questi vi sono altri centri di ricerca e lavorazione, tra cui Isfahan (trattamento del minerale grezzo) e Arak, attaccata nei giorni scorsi dalle forze israeliane. L’Iran dispone anche di miniere di uranio, distribuite in diverse aree del Paese, che garantiscono l’approvvigionamento costante della materia prima.
Ma bisogna tornare indietro nel tempo. Tutto ruota attorno al Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare firmato nel 2015, quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama. Con quel patto, l’Iran accettava di limitare le proprie attività nucleari a scopi esclusivamente civili, in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali. Tra le condizioni imposte: l’arricchimento dell’uranio non oltre il 3,67%, la riduzione delle scorte e l’accesso illimitato degli ispettori dell’Aiea. Per alcuni anni, la cooperazione ha funzionato. Ma nel 2018, l’amministrazione Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo, reintroducendo le sanzioni. Teheran ha reagito riattivando gradualmente l’arricchimento: prima al 5%, poi al 20%, fino ad arrivare – secondo fonti internazionali – a valori prossimi al 60%. Oggi, i controlli dell’Agenzia sono più difficili. Molti impianti non sono più costantemente monitorati, e le telecamere di sorveglianza installate in passato sono state rimosse o disattivate.
Insomma, avere delle certezze risulta difficile. Prove certe che Teheran abbia già sviluppato un ordigno nucleare non ce ne sono, come del resto ha ribadito il direttore generale dell’Aiea Rafael Grossi, rimarcando come – sebbene siano stati rilevati livelli di arricchimento molto elevati – non vi siano indicazioni di un programma militare attivo e operativo. Simili rassicurazioni sono arrivate anche da Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence statunitense, che lo scorso marzo ha dichiarato al Congresso che l’Iran “non sta producendo armi atomiche”, per poi fare dietrofront nelle scorse ore: Ma una cosa appare chiara: la capacità tecnica si stia avvicinando alla soglia critica e il pericolo è palpabile. L’arricchimento al 60% rappresenta un passo intermedio, e il margine per passare al 90% – teoricamente – non è ampio. Tuttavia, costruire un’arma nucleare richiede molto di più: componentistica avanzata, miniaturizzazione, test.
Gli attacchi condotti nelle scorse settimane da Israele, in particolare a Natanz, hanno avuto un impatto significativo. Le infrastrutture di superficie – tra cui la rete elettrica – sono state distrutte, mettendo fuori uso le centrifughe. Situazione diversa a Fordow, dove i danni sarebbero più limitati, anche grazie alla maggiore profondità degli impianti. Secondo fonti militari, solo ordigni ad alta penetrazione, come quelli sganciabili dai bombardieri B-52 americani, sarebbero in grado di colpire efficacemente quelle strutture. Il programma nucleare iraniano, quindi, resta sotto osservazione, ma l’escalation militare apre scenari di forte instabilità.
Khamenei può contare sul sostegno di Vladimir Putin. Per il presidente russo, l’Iran ha il diritto di sviluppare programmi nucleari a scopo civile. In un’intervista rilasciata a Sky News Arabia, lo zar ha criticato l’intervento militare israeliano: “L’Iran ha tutto il diritto di perseguire programmi di tecnologia nucleare per fini pacifici”. La Russia è pronta a fornire “assistenza e supporto” allo sviluppo dell’energia nucleare civile, così come avvenuto in passato. Ma non solo. Putin ha richiamato le valutazioni dell’Aiea, secondo cui non vi sono prove concrete che l’Iran stia cercando di costruire un arsenale nucleare. “Teheran ha dichiarato più volte di non avere intenzione di sviluppare armi atomiche, e l’Agenzia non dispone di elementi che dimostrino il contrario”, ha sottolineato il presidente russo. A sostegno della posizione iraniana, il leader del Cremlino ha ricordato anche l’esistenza di una fatwa che vieta esplicitamente il possesso e l’uso di armi nucleari. Una presa di posizione che, secondo Mosca, rafforza l’idea che il programma di Teheran resti confinato nell’ambito civile e non abbia finalità militari.
Franco Lodige, 21 giugno
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI



