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La (brutta) prima volta della Nato fuori dall’Europa

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La prima volta della Nato fuori dall’Europa fu in Afghanistan. A guida Usa, come sempre, ci mise vent’anni (2001-2021) a rendersi conto delle «difficoltà di imporre dall’esterno un governo al Paese, così come quella di contrastare efficacemente i talebani, ora nuovamente al potere dopo avere schiacciato la resistenza di ciò che rimaneva dell’esercito regolare afghano, formato e armato dagli Stati Uniti e finanziato con miliardi di dollari».

Chi scrive così è lo storico Alberto Rosselli nella sua ultima fatica: Afghanistan, eterno crocevia di interessi e guerre (ed. Archivio Storia). Di Rosselli ho letto quasi tutto, anche perché ama puntare i riflettori su angoli importanti ma trascurati dagli storici mainstream, come la guerra tra le colonie inglesi e tedesche in Africa durante il Primo conflitto mondiale, la resistenza armata dei baltici ai sovietici negli anni Cinquanta eccetera. Altro pregio di Rosselli, la sintesi. In un tempo e ambiente in cui è difficile trovare qualcuno che per dirti che ore sono non impieghi dieci pagine è davvero tanto.

Il famoso Grande Gioco afghano di Kipling (citato nel romanzo Kim ma coniato dall’inglese Arthur Connolly nel 1829: The Great Game o Tournament of Shadows, ripreso come titolo da un recente film su Sherlock Holmes), cominciato dai soliti inglesi contro i russi e ripreso dagli americani dopo le Twin Towers è finito come era iniziato. Anzi, peggio. Scrive Andrew Watkins, analista senior presso l’International Crisi Group: «L’accordo di Doha del 2020 ha permesso ai talebani una vantaggiosa tregua di ben un anno, consentendo alle loro milizie di pianificare l’intera occupazione del Paese, eliminando sbrigativamente ogni oppositore senza il timore dei bombardamenti americani: facilitazioni che hanno consentito loro di sbaragliare le ultime resistenze delle forze governative ed occupare facilmente la capitale Kabul senza colpo ferire».

I talebani, messo in fuga il presidente Ashraf Ghani e piazzato al suo posto il mullah Abdul Ghani Baradar («rilasciato tre anni fa da un carcere pakistano su espressa richiesta degli Stati Uniti»), hanno ri-proclamato l’Emirato Islamico. I talebani, malgrado gli accordi di Doha, «hanno continuato a dare ospitalità a gruppi ultra-fondamentalisti islamici». Addirittura mentre gli americani se ne andavano: «Un attentato all’aeroporto, poi rivendicato dall’Isis, causò la morte di oltre 170 persone e di 13 membri dell’esercito statunitense impegnati a controllare i documenti». Baradar fu tra i fondatori del movimento talebano, ma chi comanda davvero è suo cognato, il mullah Hibatullah Akhundzada. Il famoso papavero da oppio, «vitale per il governo dei talebani»? È sempre lì, anzi pare aumentato e non di poco: «3600 tonnellate nel 2010». I campi? Mai bombardati.

Nessuno è mai riuscito a restare in quel posto di rocce e polvere e sassi senza uscirne con le ossa rotte. E se non fosse per la posizione geografica che ne fa un crocevia strategico non avrebbe tutta la considerazione che ha sempre avuto. È «costituito principalmente da montagne e steppe abitate da tribù da sempre ostili a qualsiasi tentativo teso ad imporre il controllo di un’autorità centrale. Sono gruppi etnici dediti a lotte di potere intestine, continui cambi di regime, tradimenti, assassinii e guerre civili». Ha un «tasso di natalità elevatissimo, in assoluto uno dei maggiori del mondo», compensato da un’aspettativa di vita alla nascita di 47,2 anni. Be’, il resto leggetelo nel libro, val la pena.

Rino Cammilleri, 10 ottobre 2022