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La Cina insiste sul “Covid zero”. Cosa rischia Xi Jinping

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Chi di Covid colpisce, di Covid perisce. È il vecchio adagio che, anche in Cina, in queste ore va molto di moda. Proprio mentre si apre il 20mo Congresso del Partito Comunista Cinese che, per la terza volta, incoronerà segretario generale il potentissimo presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Il congresso del Pcc

Stavolta, però, non senza tensioni e lotte intestine, ovviamente assolutamente invisibili agli occhi dei più. I ‘mandarini’ del Dragone ben sanno come sopirle e tenerle sotto traccia grazie ad un controllo militaresco mediatico e digitale senza eguali. Ma ‘l’imperatore rosso’, figlio di un papà compagno della prima ora di Mao, ha già fatto sapere che lui “tirerà dritto”: sin quando il Covid non sarà completamente debellato, non accennerà, infatti, a cancellare divieti di spostamento e di spedizione di merci né i quasi quotidiani test molecolari imposti alla popolazione e neppure le chiusure di attività e di frontiere.

La politica del Covid zero

Resisterà la Cina a tutto questo? Xi ne è certo anche perché è abituato a soffrire e a vincere da quando il padre venne epurato e fini’ giovanissimo a lavorare nei campi e forse anche in galera. Chi l’accusava di aver “distrattamente” diffuso un virus preparato in laboratorio, a Wuhan, oggi rimprovera Xi e compagni di tenere chiuse le porte del Paese come la Città Proibita. Tutto ciò a causa della testarda strategia di lotta al virus che ha inchiodato l’economia della Cina, portandola a livelli di crescita inferiori addirittura a quelli dell’Italia e, di fatto, insostenibili per il Paese più popoloso al mondo.

Gli appelli dei governatori delle province cinesi più in difficoltà, che non riescono a garantire neanche gli essenziali servizi pubblici e sociali, hanno trovato nell‘ostinazione di Xi una grande muraglia.

L’economia al collasso

Shandong, Hunan, Guandong e Guanxi sono allo stremo, con aziende fallite e molte persone senza occupazione. Anche nella capitale Beijing non si contano più le saracinesche abbassate, i giganteschi mall deserti, i palazzoni nelle periferie appena finiti vuoti e sfitti al punto che, persino tra i pochi osservatori neutrali, c’è chi inizia a storcere il naso. Un potente ex componente del Politburo, l’organo decisionale del partito, ha infatti affermato: “Se non riusciamo a licenziare il Covid, allora licenzieremo chi non è riuscito a batterlo”. Per non parlare del divario, ancora  più marcato, tra Pechino, sempre più chiusa in se stessa, e Shanghai, con un’incredibile quantità di miliardari in dollari che guardano di continuo all’Occidente.

Il timore di una bolla immobiliare

Con il prolungarsi dell’epidemia, la ‘nuova’ leadership deve fare i conti anche con una vera e propria esplosione della bolla immobiliare. Il più che giustificato obiettivo di consolidare e aumentare la “middle class” cinese, negli ultimi 5-7 anni aveva spinto l’amministrazione pubblica a ‘pompare’ incredibilmente il settore, sovraccaricando, da una parte, il mercato di appartamenti e uffici e, dall’altra, spingendo i cittadini e le aziende ad acquistare immobili a qualunque costo. Pare che le prime dieci imprese immobiliari della Cina, tra cui il colosso Evergrande e Cifi Holdings a rischio default, abbiano accumulato crediti inesigibili per circa 1 trilione di dollari Usa motivo per il quale nel Governo serpeggia molta preoccupazione. Peraltro, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Pechino ha davanti un complicato rompicapo: se lascia che gli immobiliaristi falliscano, trascinerà con sé molte banche; se invece consolidasse il loro debito, consentirebbe un modello di business opaco e insostenibile, con una complicità malsana tra real estate, banche e governi locali.

Con il calo dei consumi ed il blocco del mercato immobiliare, la classe media cinese, rappresentata dall’iperbolica cifra di 800 milioni di persone, sta soffrendo parecchio. Il suo tenore di vita è stato già parzialmente abbattuto e, elemento ancora più importante, le speranze di un futuro migliore sono ridimensionate.

Come sarà il nuovo il Politburo

Questo è lo sfondo nel quale il Pcc terrà il suo 20mo Congresso, un momento cruciale sia per il Partito Comunista Cinese che per l’intera Nazione. Il vertice si riunisce innanzitutto per eleggere, si fa per dire, la leadership del partito e stabilire le priorità del Paese e poi, casomai, per modificare lo statuto del partito. Ci si domanda quale sarà la composizione del Politburo e del Comitato centrale e se verrà designato un erede di Xi. Inoltre, le nomine delle varie cariche più  importanti e la definizione delle “aree di interesse prioritario” (economia, tendenze socio-culturali, relazioni internazionali) potranno indicare quale direzione prenderà la Cina.

L’attuale Governo rimarrà al suo posto sino a marzo 2023, guidato dall’attuale Primo Ministro Li Keqiang. Ma chi sarà il prossimo premier? Solo due candidati hanno, sulla carta, l’esperienza necessaria per poter ambire a questo incarico: Wang Yang e Hu Chunhua, ma nessuno dei due è un ‘uomo’ del Presidente. Dai risultati del Congresso del partito si intuirà anche quale sarà l’atteggiamento reale verso la Russia dopo le vicende dell’Ucraina. C’è chi ipotizza la possibilità che Xi abbandoni l’appoggio incondizionato a Putin e spinga per una mediazione. Un atto che lo metterebbe al centro della scena mondiale, costringendo così gli Usa e l’Europa a cambiare strategia verso la Cina, messa duramente in un angolo già dalla presidenza Trump. Per l’economia italiana sarebbe una grande occasione dopo le sanzioni russe. Con le risse in corso nel centrodestra c’è da sperare in Xi e nei comunisti. Siamo messi proprio male.

Luigi Bisignan, Il Tempo, 16 ottobre 2022