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La decrescita infelice

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Il mito della decrescita. Per gentile concessione dell’autore, un estratto da “La verità, vi prego, sul neoliberismo”, libro di Alberto Mingardi, uscito da poco per Marsilio. Per una settimana, tutte le sere, sul nostro sito troverete un teaser, una piccolo boccone del libro appena uscito. Ecco la sesta puntata.

Nella trama complessa di quella cultura che ha consentito e sospinto la crescita economica possiamo riconoscere, ci ricorda Edmund Phelps, alcune idee su che cosa è «giusto»: è giusto competere con gli altri per il raggiungimento di posizioni di elevata responsabilità,è giusto ricevere un pagamento più alto per compensare una maggiore produttività o una maggiore responsabilità, è giusto ricevere ordini da chi occupa posizioni di responsabilità, ed è giusto che questi rispondano del proprio operato, esiste un diritto delle persone di presentare nuove idee, e un diritto delle persone di offrire nuovi modi di fare le cose e nuove cose da fare. È sicuramente possibile scegliere parole differenti, ma la fioritura della nostra civiltà si deve grossomodo a due fatti: alla possibilità di sperimentare e alla voglia di farlo. A istituzioni che non impedivano al singolo di provare a perseguire la propria realizzazione individuale, e a una cultura che guardava con ammirazione chi ci provava. Per citare  un acuto osservatore dellOccidente capitalista”:«Arricchirsi è glorioso».

Il sogno della stabilità assoluta punta nella direzione opposta: non a caso, diventa, allestremo, «decrescita». L’idea di un arretramento nei livelli degli standard di vita sarebbe poco attraente, se la discussione pubblica fosse tutta orientata sullasse ridistribuzione-creazione di ricchezza. Anche i più accesi sostenitori della ridistribuzione preferiscono una società più ineguale, ma con lautomobile e Internet, a una più egualitaria ma priva delluna e dellaltra cosa. Se però la preferenza per la stabilità è veramente forte, diventa più facile accettare anche un arretramento degli standard di vita, a fronte di condizioni davvero stazionarie.

Solo la stabilità può essere autenticamente egualitaria. Lidea di tagliare la torta della ricchezza in fette tutte della stessa dimensione mal si coniuga con uneconomia in crescita, nella quale, a un certo momento, coloro che arrivano prima (a realizzare un certo prodotto, a occupare un certo mercato, a sviluppare certe competenze) verranno inevitabilmente remunerati di più, talora molto di più. Una società stabile può più facilmente coltivare lideale delleguaglianza. Coloro che lo prendono sul serio ritengono tassi di crescita più bassi un accettabile prezzo da pagare.

Alberto Mingardi, La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio 2019)

(6.segue)