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La disfatta Ilva è la disfatta dell’Italia

La morte annunciata dell’Ilva di Taranto è una tragedia sociale, un capolavoro d’insipienza politica, ma pure una occasione speciale per guardarci allo specchio, per vederci per quelli che siamo. Ma cosa dovrebbe pensare un investitore globale, abituato a far girare centinaia di miliardi, della divina farsa tricolore, cosa dovrebbe dedurre da “maschere grandguignolesche del potere” (Pasolini dixit) politicanti come Di Maio che senza aver mai lavorato vuol tutelare i lavoratori, come Conte primo ministro fantasia estratto dal cilindro di un blog e poi di un Mattarella, come Renzi che riesce a ingannare perfino se stesso allo specchio, come Zingaretti che ha una sola espressione di default, da Joker paciarotto, qualsiasi cosa accade qualsiasi cosa dica; come professionisti del sindacalismo demenziale come Landini o questa Furlan, gente inconsistente, abituata a pretendere la botte piena e la moglie ubriaca, del tutto avulsa da ogni realtà?

 

Ma l’avete sentita la ministra Bellanova, ex sindacalista anche lei, l’avete ascoltata ringhiare contro i padroni di Arcelormittal, “A questi gli dobbiamo togliere l’alibi e metterli qui seduti”? Cosa crede, d’avere a che fare con quattro caporali pugliesi? Ma che dovrebbe pensare un colosso mondiale, abituato a trattare su tutt’altre scale, di una classe di potere di magliari che mettono tolgono mettono tolgono lo scudo legale, tipo il Maestro Miyagi col Karate Kid, “metti la cera togli la cera”? Ma cosa volete che gliene freghi a realtà gigantesche come questi indiani delle contorsioni epilettiche di pupazzetti senza una sola idea che non sia utilizzare qualsiasi situazione, emergenza, disastro per tirare a fregarsi? È il sistema Italia, è la sua politica storica, la sua burocrazia assurda, per tacere di una magistratura che confonderebbe perfino Houdini per quanto è imprevedibile, ondivaga, incline, come diceva un procuratore capo, a “usare la legge come la pelle dei coglioni: va dove la tiri”?

 

Forse qualcuno non si capaciterà che Arcelormittal di tutto questo pollaio sclerotico se ne catafotta, che non le interessi sapere chi sia questo comico scoppiato che si concia come uno squilibrato e crede di essere ancora divertente, che non senta soggezione per il figlio di uno in fama di “visionario”, un giovanottone che ha difficoltà anche a dire “buondì” e manovra una società di profilazione dati con cui comanda a bacchetta un movimento di lunatici; forse ci sarà chi non potrà credere che i dolori del giovane Movimento 5 Stelle o del vecchio Pd non appassionino chi è qui per mandare avanti, possibilmente senza rovinarsi, il più grande e disastrato polo siderurgico d’Europa; addirittura qualche pesce dell’acquario Italia non potrà concepire che questi indiani non perdano tempo sulle articolesse patetiche di Travaglio o della pattuglia caviar di Repubblica: eppure è proprio così, questi davanti al potere italiano che fa il furbo ma poi tradisce la solita impotenza da coglioni, si fanno una risata, amara, e passano oltre.

Signori, avete le pistole scariche: potete ricattarvi tra voi, stravolgere il polo siderurgico di Puglia pensando alle elezioni di Emilia, ma con questi non attacca: vi considerano buffoni, perché siete buffoni, e sono pronti a fare fagotto. Così invece che cinquemila esuberi ne lasciano sul campo il doppio, il triplo, distruggono un intero distretto in crisi, praticamente monosettoriale, vi piantano lì con un pugno di scorie in mano.

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