C’è un vecchio proverbio italiano che oggi sembra essere stato dimenticato da molti, soprattutto da quei giovani che scendono in piazza con una parola sola in bocca: «Voglio!» Voglio questo, voglio quello, pretendo quest’altro. E se qualcuno osa ricordare che la vita non funziona così, ecco subito la protesta, l’indignazione e la richiesta che sia lo Stato a risolvere ogni problema. Ma una domanda bisognerà pur farsela: quando abbiamo smesso di insegnare che, prima di pretendere, bisogna anche impegnarsi per ottenere?
Manifestare pacificamente rispettando le regole previste in uno Stato democratico è un diritto, contestare il governo è legittimo e chiedere condizioni di vita migliori è sacrosanto; ma tra rivendicare diritti e pretendere che ogni desiderio venga soddisfatto c’è una differenza enorme. Lo Stato deve garantire i diritti, non esaudire ogni pretesa. Deve offrire opportunità, non garantire che tutti ottengano ciò che desiderano senza fatica e responsabilità.
Eppure, nelle piazze, troppo spesso si sentono soltanto richieste, raramente si parla di doveri, sacrifici e responsabilità individuali. Si pretende tutto, subito, possibilmente a spese di qualcun altro, come se le risorse pubbliche fossero infinite e come se dietro ogni euro speso non ci fossero il lavoro e le tasse di milioni di cittadini.
Ai giovani, in particolare, andrebbe ricordato che il futuro non si costruisce a colpi di slogan, si costruisce studiando, lavorando, acquisendo competenze, affrontando le difficoltà e imparando che i risultati non arrivano sempre quando e come vorremmo. Naturalmente non tutti partono dalle stesse condizioni, esistono ingiustizie reali e lo Stato ha il dovere di rimuovere gli ostacoli e sostenere chi è in difficoltà. Ma una cosa è chiedere pari opportunità, un’altra è pretendere che qualcuno ci garantisca il risultato. La protesta può essere uno strumento di cambiamento, ma non può diventare un alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità.
Una società seria non deve insegnare ai giovani a rinunciare ai propri sogni, ma a conquistarseli. Non deve spegnere le loro ambizioni, ma aiutarli a trasformarle in obiettivi concreti. E soprattutto, deve spiegare loro che i diritti non cancellano i doveri e che la libertà comporta anche responsabilità. Perché non tutto ciò che desideriamo ci è dovuto. Non ogni difficoltà è colpa dello Stato e non ogni richiesta diventa giusta soltanto perché viene gridata da una piazza.
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L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. Un proverbio antico, ma di straordinaria attualità. Forse è arrivato il momento di rispolverarlo e ricordare a chi pretende tutto dagli altri che il futuro non si costruisce aspettando che qualcuno ce lo consegni su un piatto d’argento.
I diritti si difendono, le opportunità si pretendono, le ingiustizie si combattono; ma una vita migliore si costruisce anche con il sacrificio, il lavoro e la responsabilità. Perché volere è facile. Conquistare ciò che si vuole è tutta un’altra storia.
Massimo Micheli, 26 ottobre 2026
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