Sull’onda delle massicce mobilitazioni che stanno scuotendo la Francia, anche in Italia gli studenti hanno colto la palla al balzo per replicare dinamiche molto simili, sfociate inevitabilmente in tumulti che hanno creato gravi problemi di ordine pubblico. Le recenti cronache delle manifestazioni di Torino confermano che non si tratta di semplici cortei con striscioni per esprimere opinioni, bensì di manifestazioni ad alto rischio, che hanno registrato sassaiole, uso di fumogeni e l’arresto in flagranza di tre minorenni con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Tensioni analoghe si sono vissute anche a Roma, con il lancio di petardi contro il Ministero dell’Istruzione.
«Cui prodest?», mi chiedo. La mia opinione sui cortei studenteschi non è mai cambiata fin da quando frequentavo il liceo, circa quarant’anni fa. Non mi convincevano allora e mi piacciono ancor meno oggi. Troppo spesso queste mobilitazioni di piazza finiscono per trasformarsi nel pretesto ideale per sfogare la propria rabbia. Ripeto, lo pensavo già quarant’anni fa! A conclusione degli slogan urlati (e di qualche vetrina infranta), la sensazione è quasi sempre la stessa: ci si ritrova con un pugno di mosche in mano. Ciò che resta è soltanto una giornata trascorsa fuori dalle aule scolastiche, senza aver spostato di un millimetro i problemi reali. Restano, invece, i gravi danni alle strutture di edifici o locali pubblici. E allora continuo a chiedermi: «Cui prodest?».
Fortunatamente, lo scenario non è fatto solo di cori e scontri. C’è anche una parte delle nuove generazioni che sceglie di mettere in campo intelligenza, maturità e pragmatismo. Una vera e propria voce fuori dal coro è quella di Samuele Putzu, presidente della Consulta Provinciale degli Studenti di Sassari, che con coraggio e lucidità ha preso recentemente le distanze dall’ennesimo sciopero, indicando una strada alternativa: «È decisamente più efficace sedersi ai tavoli istituzionali anziché scendere in piazza».
Il valore di questo organismo studentesco è stato peraltro ribadito di recente anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in un’intervista televisiva. Il ministro ha sottolineato come gli unici rappresentanti ufficiali ed eletti degli studenti siano proprio le consulte studentesche. Eppure, proprio queste istituzioni vengono paradossalmente ignorate in occasione di disordini come quelli avvenuti, preferendo il clamore della piazza al confronto democratico.
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Quello della Consulta è l’approccio concreto, ragionato e orientato al dialogo costruttivo di cui il mondo della scuola ha profondamente bisogno. Questo richiamo alla responsabilità fa tornare in mente la celebre esortazione che John Fitzgerald Kennedy rivolse ai cittadini americani: «Non chiedetevi cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro Paese».
Parafrasando questo storico pilastro del senso civico, credo che oggi anche gli studenti dovrebbero compiere un cambio di prospettiva fondamentale. Invece di limitarsi a pretendere e a protestare per ciò che la scuola deve dare loro, dovrebbero iniziare a chiedersi, concretamente, cosa possono fare in prima persona per migliorare la scuola. Infine, l’ultima domanda che mi pongo è: quei ragazzi scesi in piazza rappresentano davvero gli studenti?
Vincenzo Mangione, 25 ottobre 2026
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