Esteri

La grande paura di Netanyahu

Israele verso l’autonomia militare: timori per futuri embarghi Usa dopo Trump

Benjamin Netanyahu e l'accordo per il gas Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Durante un discorso tenuto lunedì della scorsa settimana, il premier Benjamin Netanyahu ha paragonato la situazione di Israele a quella di due città dell’antica Grecia: Atene come democrazia e Sparta come autosufficienza militare. Così dicendo ha sottolineato che il mantenimento della democrazia deve andare di pari passo con la preparazione militare e che lo Stato Ebraico dovrà diventare nel prossimo futuro un mix fra quelle che nell’antichità erano delle vere potenze.

Anche se si trattava di una semplice figura retorica molte delle testate giornalistiche su carta e televisive, israeliane e internazionali si sono scatenate. Prese dalla furia di mettere il Primo ministro alla berlina si sono concentrate sull’esempio tralasciando completamente, seppur importante, il succo del discorso. Netanyahu ha detto che Israele dovrà aumentare il suo potenziale nella costruzione di armamenti ampliando le fabbriche esistenti e realizzandone di nuove in modo da poter costruire in casa tutto ciò che serve alla difesa. In tutta sostanza prepara la nazione al fatto che nel momento in cui negli Usa dovesse andare al potere un presidente democratico alla Biden o peggio di lui, Israele si ritroverebbe nell’impossibilità di potersi difendere efficacemente.

L’Europa da sempre fa embargo soprattutto nei momenti di crisi, lo abbiamo visto nel 1967 -1973-1982 e anche ora, se gli Usa dovessero seguire questa stessa politica, la difesa con armi convenzionali diventerebbe impossibile. Siccome chi dimentica il passato è costretto a riviverlo e il replay è quasi sempre peggio dell’originale, è giusto ricordare che embarghi dagli Usa non sarebbero una novità, ce ne sono stati in passato. I più eclatanti furono nei ritardi degli aiuti che Richard Nixon ed Henry Kissinger fecero per mettere Israele in difficoltà dopo essere stata attaccata su due fronti da Siria ed Egitto nella guerra del Kippur del 1973, o l’embargo di aerei e pezzi di ricambio degli F16 e F15 dopo l’Operazione Opera condotta dall’aeronautica militare israeliana il 7 giugno 1981 che distrusse il reattore nucleare iracheno.

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Ma anche il blocco delle forniture di missili per Iron Dome, missili non offensivi ma di difesa della popolazione civile, da parte di Barak Obama durante l’operazione Colonna di Nuvola e il rallentamento delle forniture da parte dell’amministrazione Biden dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. A giustificare i timori israeliani e la necessità del para bellum, è arrivata dagli Usa la notizia che Il Democratic Progressive Caucus, uno dei gruppi più grandi della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, ha votato per la prima volta a favore di una misura volta a bloccare il trasferimento di armi offensive a Israele.

Il disegno di legge, presentato dalla deputata dell’Illinois Dalia Ramirez, imporrebbe un embargo su armi offensive come bombe anti-bunker, JDAM, munizioni da 155 millimetri e proiettili per carri armati finché Israele non rispetterà gli standard sui diritti umani. Bontà loro questa volta i sistemi difensivi come Iron Dome sarebbero esentati. Anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo apertamente Israele rispetta gli standard dei diritti umani in base alle convenzioni di Ginevra più e meglio di altre nazioni impegnate in conflitti bellici del presente e del passato, gli esperti sono concordi in questo. A parti invertite, dopo due anni di guerra, non ci sarebbe stato un israeliano vivo e il mondo, come al solito, sarebbe rimasto a guardare.

Che il partito democratico usi il termine standard senza definire quale sia questo standard, la dice lunga sulle intenzioni. Di fatto è solo una scusa per bloccare gli aiuti militari nel momento del bisogno nel caso in cui in quel momento l’inquilino della Casa Bianca fosse un democratico. Questo ci riporta al motivo per cui Netanyahu ha fatto quella dichiarazione e perché Israele ha tre anni di tempo, quanto resta a Donald Trump prima delle prossime elezioni presidenziali, per non farsi trovare impreparata nel caso in cui Marco Rubio non sia il suo successore.

Michael Sfaradi, 24 settembre 2025

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