Politica

La grande spazzatura dei “morti per caldo” (smontata pezzo per pezzo)

Lo studio dell'Imperial College di Londra su tutti i giornali italiani. Ma c'è ben poco di scientifico

caldo milano roma decessi corriere (1) Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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«Un calore torrido ha tenuto tutta l’Alta Italia, e gran parte dell’Europa Centrale, per parecchi giorni, sotto una soffocante cappa infocata. A Milano si è raggiunta l’eccezionale temperatura di 38.1° all’ombra. Purtroppo, tanta canicola, oltre al diffuso disagio per le popolazioni, ha provocato degli eventi luttuosi: in molti ospizi dell’Alta Italia – in particolare a Venezia, Milano e Padova – alcune decine di vecchi ricoverati non hanno potuto resistere per lungo tempo a così gravose condizioni atmosferiche e sono morti nel giro di poche ore». Così la Domenica del Corriere – il settimanale del Corriere della Sera – del 21 luglio 1957.

Peccato che Corsera, immemore di quel che scriveva quasi 80 anni fa, ripropone l’allarme, ammantandolo di scientificità, raccontando ai propri lettori d’oggi l’ultimo studio “scientifico” di alcuni tizi, che lavorano all’Imperial College di Londra, che attribuiscono i presunti odierni decessi per colpo di calore al maggiore riscaldamento d’oggi dovuto, senza ombra di dubbio, «all’uso dei combustibili fossili». Non viene in mente a nessuno in via Solferino che non c’è alcun maggiore caldo oggi rispetto a ieri, almeno a far fede quel che scrivevano loro stessi ieri (“ieri” in questo caso è il 1957). Ma soprattutto al Corriere non sembrano avere alcuno cui rivolgersi che sia familiare coi fondamenti della statistica e che gli dica che lo studio “scientifico” è sonoramente sbagliato. Vediamo perché.

Scrivono i tizi di Londra: «L’uso di combustibili fossili ha aumentato le temperature delle ondate di calore fino a 4°C in tutte le città. Ma ogni frazione di grado di riscaldamento fa un’enorme differenza». Come? È presto detto. Lo studio considera, per alcuni giorni a cavallo tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, una dozzina di città in Europa. Guardiamone una, giusto per fissare le idee: Roma. Dice lo studio che «a Roma, dove l’aumento di temperatura è stato di 2.45 gradi, l’eccesso di mortalità sarebbe – il condizionale è importante, e dopo vedremo perché – di 164 morti». Ove la temperatura di Roma dichiarata nello studio e responsabile degli aumentati decessi (presunti decessi, dopo vedremo perché), è di 30.12 gradi. Questo significa che se non ci fosse quell’aumento di temperatura, allora non ci sarebbe stato alcun «eccesso» di morti dovuti a quell’aumento di caldo. Cioè, se la temperatura di Roma fosse stata di 30.12–2.45=27.67 gradi, allora non ci sarebbe stato alcun morto «in eccesso».

Ora, lo stesso studio attribuisce a Londra un eccesso di 171 morti da caldo; ma la temperatura di Londra dichiarata nello studio è di 24.60 gradi. Domanda: com’è possibile che in un ambiente con temperatura di 27 gradi i morti da caldo «sarebbero» – badate al condizionale – zero e con temperatura di 25 gradi sarebbero 171? Ecco avete indovinato: non è possibile.

L’intero studio è spazzatura. Pura spazzatura. Lasciando perdere ogni considerazione sui combustibili fossili, sul global warming e su tutte le sciocchezze che ci propinano da 30 anni, il cruciale errore sta in quella frase sopra citata: «ogni frazione di grado di riscaldamento fa un’enorme differenza», frase che assume come “sgradito” ogni riscaldamento, indipendentemente dalla temperatura corrispondente al riscaldamento zero. Insomma, anche al Polo Nord – non immune al global warming – ci «sarebbero» i morti per colpi di calore, secondo lo studio.

Infine veniamo al condizionale: esso nasce dal fatto che nessuno dei numeri di decessi dichiarati è reale. Quei numeri si leggono – anche secondo gli autori – così: se le ipotesi che sottendono il nostro studio sono giuste, allora dovremmo attenderci, per colpi di calore, a Roma, 164 morti in più e a Londra 171 morti in più. Peccato che le ipotesi dello studio sono sbagliate. Se posso fare un paragone, eccone qua uno. Anzi due. Se eseguiamo su 100 individui il test del vaiolo (che, di suo, ha una incertezza del 5%) troviamo che 5 di essi sono positivi al test. Ma non possiamo dedurre che essi «avrebbero» il vaiolo. Anzi, dobbiamo dedurre che non l’hanno, perché il vaiolo è stato debellato. Insomma, al di sotto di una certa temperatura, non c’è nessuno che muore di caldo, anche se la temperatura aumenta di 2 gradi.

Se 2 individui bevono 200 caffè espresso, uno di essi muore: questo è vero. Ma non possiamo dedurre che se 200 individui bevono 1 caffè allora uno di essi muore. E, men che meno possiamo dedurre che se oggi a Milano 2 milioni di individui hanno bevuto un caffè allora 10mila milanesi oggi «potrebbero morire» intossicati da caffè. Insomma, non è vero che «ogni frazione di grado di riscaldamento fa un’enorme differenza».

Franco Battaglia, 10 luglio 2025

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