Qui al bar non siamo grandi strateghi, ma sospettiamo che non lo sia stato nemmeno Donald Trump. La guerra inutile all’Iran si sta concludendo con un accordo che non è un accordo, perché è una pace che prelude a una ripresa di colloqui che per mesi, anni, forse decenni, sono stati inconcludenti. Con l’aggravante che il conflitto ha spostato il punto di partenza delle prossime trattative in favore di Teheran.
Per il momento, Hormuz riapre. Benissimo. Serviva pure al regime, consapevole che, con un blocco troppo prolungato, il sistema degli approvvigionamenti petroliferi si riorganizzerebbe lungo altre rotte, togliendo al Paese una preziosa fonte di introiti. Tuttavia, sembra che sul nucleare non ci saranno grossi passi in avanti. In compenso, l’Iran vedrà sbloccati subito 12 miliardi di fondi congelati.
Quindi, ricapitoliamo: gli Stati Uniti sono stati tre mesi in guerra, spendendo chissà quante centinaia di miliardi di dollari, svuotando gli arsenali e rimediando una figura militarmente non proprio lusinghiera, per dare 12 miliardi all’Iran, non fargli distruggere i siti e i materiali nucleari, non far crollare il regime, ma forse trasferire più potere a un’ala oltranzista, quella dei pasdaran. Gli americani hanno dato la sensazione di non essere in grado di controllare il loro grande alleato, Israele, le cui intraprese belliche dipendono essenzialmente dalle forniture Usa.
Nel frattempo, mezzo mondo si è svenato per pagare bollette e carburanti per una guerra inutile e, da noi in Europa, Christine Lagarde, altra grande stratega, ha alzato i tassi d’interesse, proprio a pochi giorni dalla stipula della tregua. Qui al bar non sappiamo come si vincono le guerre. Però ci chiediamo: in che mani siamo finiti?
Il Barista, 15 giugno 2026
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