Nell’ultima settimana il dibattito pubblico italiano si è infiammato attorno ai temi della piazza, dello scontro sociale e delle risposte istituzionali. Qualcosa è però cambiato rispetto al passato. Le piazze contemporanee non si mobilitano più soltanto lungo i tradizionali binari della rappresentanza, né attendono i tempi della mediazione politica o giornalistica per esprimere la propria rabbia.
Le proteste e i social
Oggi le proteste corrono dai social, per i social e con i social. Marshall McLuhan sosteneva che “il medium è il messaggio”, ma nell’era della convergenza digitale assistiamo a un’ulteriore evoluzione: la forma stessa della piattaforma definisce, plasma e diviene il contenuto della protesta. Quello che è successo il 17 e 18 ottobre non è un fenomeno del tutto nuovo: già il 2 giugno 2022 a Peschiera del Garda ci fu un raduno organizzato su TikTok denominato “L’Africa a Peschiera del Garda”, rivolto principalmente a italiani di seconda generazione di origine nordafricana per ballare musica trap, poi degenerato in violenze.
Nell’estate del 2022 la cronaca aveva registrato l’emergere dei “maranza”, bande di giovanissimi capaci di mettere a soqquadro intere località: emblematico il caso di Riccione, invasa per settimane da gruppi d’assalto che presero di mira turisti e coetanei. La provocazione urbana e la sopraffazione si alimentavano proprio della cassa di risonanza dei social.
Stessa cosa per gli scontri provocati dai Black Bloc a Milano nel 2015 che misero a ferro e fuoco Milano e fu tutto raccontato sui social. La differenza è netta, però: nel primo caso c’era un’organizzazione sociale e ludica, nel secondo una orchestrazione di gruppo, nel terzo una regia politica, poi vanificata dai violenti.
TikTok, Telegram e la popolarità
Quando osserviamo gli eccezionali volumi dei social media sui fatti del 17 ottobre, oltre 35,5 milioni di interazioni e 675 mila conversazioni nell’arco di una sola settimana, ci rendiamo conto che si è superata la classica cronaca digitale di un evento reale, arrivando a una funzione di catalizzatore della Rete. In particolare, è su piattaforme come TikTok e Telegram che la logica del messaggio si fonde e si esaurisce nel medium stesso: l’algoritmo verticale, video e repentino da un lato e la messaggistica cifrata e priva di filtri dall’altro non sono semplici canali di trasmissione, ma il frame cognitivo e identitario entro cui la tensione si genera, esplode e si trasforma in contenuto condivisibile. Viene meno anche la logica del “follower”: sono strumenti che si basano sulla visibilità algoritmica di un contenuto.
La ricerca della popolarità non è una novità: dal mondo antico fino ai mass media, l’esibizione del gesto ha sempre cercato un pubblico. La vera rivoluzione sta nella disintermediazione assoluta: il violento che riprende e condivide le proprie azioni non deve più passare al vaglio dei gatekeeper dell’informazione tradizionale, ma conquista una popolarità immediata e senza filtri che si autoalimenta direttamente all’interno della Rete.
La disintermediazione 2.0
Gli scontri, i cortei e lo storytelling delle manifestazioni si creano fisicamente sui social e con i social media, che ne riconfigurano l’essenza. Le piazze che abbiamo visto infiammarsi non traggono origine dalle strutture classiche di aggregazione (partiti politici, rappresentanze studentesche, corpi sociali o organizzazioni sindacali). Nascono direttamente nel flusso magmatico della Rete. La mobilitazione avviene con una rapidità e un’imprevedibilità che spiazzano le analisi tradizionali.
Attraverso il formato nativo dei brevi video di TikTok e le reti chiuse dei canali Telegram, la Rete pianifica le azioni, organizza la presenza sul campo e ne fornisce la narrazione in tempo reale. Le metriche evidenziano una frequenza di coinvolgimento straordinaria, con una media superiore alle 50 reazioni, commenti o condivisioni per ogni singolo post sulle proteste del 17 ottobre. Solo il 16% degli utenti è focalizzato sui motivi: questo dimostra quanto la narrazione dell’evento finisca per oscurarne persino la matrice costitutiva, per quanto labile.
L’esempio del minorenne milanese
Il caso dell’undicenne di origini marocchine identificato a Milano durante i saccheggi di via Dante è emblematico: il più giovane tra i manifestanti, sceso in piazza con volto coperto solo per “fare casino” e svaligiare negozi, senza alcuna consapevolezza delle ragioni della protesta. Un episodio che conferma la violenza sui social e in strada sia diventata una merce di scambio identitaria, completamente spogliata di ogni contenuto politico deciso e organizzato.
Social Network, media e target di età
C’è un’evidente frattura nei media, strettamente legata ai target d’età e ai tempi di fruizione delle informazioni. Da un lato c’è la generazione più giovane, capace di muoversi in modo fluido e privo di un’architrave politica, organizzata o ideologica strutturata, trovando su Telegram la coordinazione operativa e su TikTok la propria camera d’eco narrativa.
Dall’altro lato c’è il resto dell’opinione pubblica e le generazioni più adulte, che scoprono la portata di questi fenomeni solo in un secondo momento, navigando sulle bacheche di Facebook, Instagram e X. Da qui, infine, l’innesco si sposta sui media tradizionali che arrivano inevitabilmente a cose fatte, limitandosi a registrare ex post un’ondata emotiva che ha già esaurito la sua fase genetica negli ambienti digitali.
I dati social
I numeri restituiscono l’immagine di un Paese attraversato da un clima di profonda apprensione. L’attenzione della rete finisce infatti per concentrarsi in modo prevalente sulle conseguenze dirette degli scontri anziché sulle ragioni di fondo che hanno animato le proteste. L’umore della rete è segnato da apprensione: il 40% degli utenti esprime preoccupazione, il 15% solidarietà ai manifestanti, il 10% sconcerto e l’8% indignazione.
L’attenzione si concentra sulle conseguenze di ordine pubblico anziché sulle cause della protesta, discusse solo dal 16% degli utenti. Il 52% dibatte del ruolo delle forze dell’ordine, il 40% dei danni dei violenti, il 27% della responsabilità di scuole e famiglie e il 21% del Decreto Sicurezza. Sul DL Sicurezza prevale la richiesta di tutela: il 51% è favorevole, 35% approva, 16% lo ritiene urgente, mentre il 25% critica, il 15% esprime frustrazione e il 6% dubbio. Tra le norme più discusse spiccano l’estensione del fermo preventivo (170 mila interazioni), i militari a Milano (148 mila) e la responsabilità dei genitori per i minori (82 mila).
Il superamento della rappresentanza
La piazza reale è diventata l’estensione fisica di un’architettura digitale che non chiede più rappresentanza, ma visibilità, trasformando la gestione dell’ordine pubblico in una complessa sfida di ordine pubblico, comunicativa e culturale.
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Luca Ferlaino, 23 ottobre 2026
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