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La sinistra e le giurie di qualità in democrazia

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Chissà perché sono rimasto poco sorpreso dalla «giuria di qualità» di Sanremo, che ha rovesciato il voto «popolare». Il sogno di molti progressisti. Come il filosofo «libertario» Jason Brennan che, nel suo libro Contro la democrazia, propone comitati di qualità che correggano il voto degli incompetenti: la chiama «epistocrazia». Da pur suo Sabino Cassese, introducendone l’edizione italiana, scrive che, per carità, il suffragio universale è sacro però «possono essere richiesti ulteriori requisiti di candidabilità».

Non potendo togliere il voto, è meglio insomma evitare che si candidino i buzzurri. E se poi però finiscono nelle stanze dei bottoni? Niente paura, c’è Irene Tinagli che nel suo recente libro La grande ignoranza, propone d’introdurre una sorta di patentino per governare. E visto che Tinagli è stata parlamentare di Scelta civica di Mario Monti, sarebbe interessante sapere se considera il suo mentore e i ministri di quell’esecutivo abili e patentati. Visti i risultati, soprattutto.

Si scherza un po’. Ma in realtà il tema è serissimo e preoccupante. Perché rivela una caduta non tanto della cultura democratica, ma proprio di quella liberale. Perché le proposte di voti differenziati e di patentini per governare sono radicalmente, profondamente, illiberali.

Ma prima di vedere perché, chiariamo che in realtà la sinistra nella sua storia non ha mai amato il suffragio universale, e ha sempre temuto l’imponderabile, incontrollabile, boato della moltitudine. Basti pensare che i partiti socialisti sono sempre stati freddi sul voto alle donne e in Italia furono molto più a favore del suffragio universale i conservatori liberali di Sonnino che i socialisti di Turati. Usciti dalla seconda guerra mondiale, le sinistre erano restie ad affidare al referendum la scelta tra monarchia e repubblica: avrebbero dovuto decidere solo i partiti. E nei lavori della Costituente i più acerrimi avversari di un’elezione diretta del presidente della Repubblica furono Pci e Psi.

Un tempo però a sinistra erano più schietti e meno ipocriti. Non parlavano di «qualità degli eletti». Dicevano di essere contro il voto alle donne, agli analfabeti e ai referendum perché la «massa» (distinta dalle «masse»), la «folla», la «teppa», avrebbe votato i preti, gli agrari e la «reazione». Quanto ai comunisti, che fossero ostili al suffragio tout court è evidente: dove sono andati al potere l’hanno eliminato.

L’idea di una sorta di controllo ex post del voto o di chi debba andare al governo è pericolosa e deleteria almeno per due ragioni.

1. La prima che è profondamente illiberale, come hanno colto le migliori menti del liberalismo conservatore. Che sono sempre critiche della democrazia, ma i cui contrappesi non identificano certo in limitazioni di carattere burocratico o peggio ancora nel sogno del governo dei migliori, che aleggia nel discorso dei competenti. Un calco del governo idealizzato da Platone, dove però al posto dei Guerrieri ci sarebbero i pluri-diplomati, i tecnici insomma.

Dall’Hayek de L’abuso della ragione al Rothbard di Man, Economy and State, i liberali conservatori hanno infatti sempre combattuto i governi dei cosiddetti esperti, che finiscono per forzare la società, convinti illuministicamente, con fede dirigistica, di stare facendo il suo bene.

La pagina però stilisticamente più bella è quella molto nota di Benedetto Croce in Etica e politica: contro l’«ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli», quella di un governo «areopago» di «onestà e competenza, come si dice, tecnica»; che, quelle volte che si è realizzato ha sempre dato prova di «inettitudine» (e Croce non aveva visto i governi tecnici che ci sono toccati in sorte!)

2. L’idea del controllo di qualità della democrazia è pericolosa anche per una seconda ragione: più che nel passato la democrazia oggi è minacciata, dal governo dei giudici, dai monopoli del «capitalismo di sorveglianza» di Google, Facebook et co., dai «piloti automatici» della finanza e delle banche centrali, dalla corrosione delle forme di rappresentanza, parlamento in primis.

Qualcuno allora potrebbe prendere sul serio i progressisti che discettano di patenti di voto, e intervenire. Ma non avrebbe la faccia del competente e dell’esperto: avrebbe quella del dittatore.

Marco Gervasoni, 12 febbraio 2019