Cronaca

La sinistra in coro: “Esiste la violenza di non arrivare a fine mese”. Ma il ‘maranza’ li smentisce

Questa intervista ad un ragazzo del quartiere Barona spazza via tutte le ipocrisie: "Tanti preferiscono non lavorare"

A sinistra sembrano aver trovato la formula magica per rispondere, senza inimicarsi i maranza e i giovani in protesta, a chi chiede loro di condannare i saccheggi di Milano: “Le devastazioni non ci piacciono”, ma (ci vuole sempre un ma) “anche non arrivare a fine mese è una violenza”. Bellissima formuletta. Funziona. La ripetono a ogni piè sospinto – con lievi modifiche – i vari Ilaria Salis, Alessandro Di Battista, Cathy La Torre e via dicendo. Ma in realtà, a leggerlo bene, lo slogan può vantare un contenuto logico prossimo allo zero ed è del tutto scollegato dalla realtà. Tanto che a smentirlo nei fatti arriva nientepopodimeno che un ragazzo della Barona, intervistato dall’Ansa. Ma a questo ci arriveremo.

Partiamo dalla formula magica. Perché non funziona? Primo: non spiega “chi” sarebbe il colpevole di questa presunta “violenza” contro i cittadini che non arrivano a fine mese. Lo Stato che non li sussidia? Il datore di lavoro che non li paga abbastanza? Il sindacato che non ha stipulato contratti collettivi soddisfacenti? Secondo: cosa si intende per “arrivare a fine mese”? È probabile che il bambino di 11 anni pizzicato dopo aver svaligiato un negozio sappia poco o nulla del reddito familiare. Lo stesso dicasi dei 16enni, probabilmente attirati soltanto dal gusto del lusso ottenuto gratis. Ma da quando in qua esiste il “diritto” all’eleganza gratuita? Se non puoi permetterti un paio di Nike, è forse lecito arraffarle perché altrimenti non ti senti abbastanza incluso nel tuo giro di amicizie? Una cosa è rubare per necessità (vedi l’anziana signora che si intasca una scatoletta di tonno al supermercato), un’altra è puntare ai negozi di abbigliamento firmato. Il ragionamento del “non arrivare a fine mese è una violenza”, in questo caso, dunque, non regge. A meno che Salis & Co. non considerino necessario, per vivere una vita dignitosa, indossare scarpe griffate.

Terzo: ma siamo davvero sicuri che i suddetti maranza (generalizziamo per sintesi giornalistica, ma il ragionamento non riguarda solo i ragazzi di seconda generazione) facciano abbastanza per guadagnarsi da vivere, oppure “pretendono” ciò che non riescono a ottenere senza sforzo? Mi spiego. Ieri ho visto questa intervista rilasciata da un ragazzo residente alla Barona, quartiere alla periferia di Milano. Il quale ha candidamente ammesso che molti di loro non lavorano non perché manchino le opportunità, ma perché “piuttosto che essere abusati” (abusati!) preferiscono restare sul divano. “Io adesso vado a lavorare per 1200, 1300, 1500 euro e poi mi ritrovo senza” niente per vivere, ha raccontato. “Allora alcuni dicono: ‘Non vado neanche al lavoro, non ha senso o non cerco neanche’. Lavorano un po’ poi lasciano il lavoro perché non ci stanno dentro. Non è che si rinuncia, però non hai più… non puoi né sognare né poter vivere una vita normale. Devi sopravvivere, come ti ho detto prima. Sopravvivi e basta, vivi giorno per giorno. C’è chi ha finito la scuola, chi sta capendo cosa fare, chi non trova lavoro o quel lavoro là non gli piace. Adesso le persone dicono: ‘Piuttosto non vado a lavorare, che andare in un posto dove mi pagano poco’. Non c’è più quella roba di una volta in cui si diceva: ‘Però vado lo stesso, perché comunque…’. No adesso dicono: ‘Piuttosto non vado perché io non vado lì per essere abusato e non prendere neanche il giusto’. Da lì nasce la rabbia, la noia”.

Chiariamo. Secondo l’Istat, nella Città metropolitana di Milano, se sei un ragazzo single che vive da solo, per non scendere sotto la soglia di povertà devi guadagnare almeno 1.257,21 euro. Certo, con 1.300 o 1.500 euro al mese non navighi nell’oro. Forse non puoi permetterti la settimana bianca. Di sicuro devi tirare la cinghia. Ma che senso ha preferire “non lavorare” piuttosto che incassare una somma che i veri poveri sognano? In ogni caso, si tratta di una cifra “nella media” per cui molti si lamentano ma non per questo spaccano tutto. E ci hanno mai pensato, lorsignori, che magari a 17, 18 o 19 anni non si possono pretendere stipendi faraonici, a meno che tu non sia Willie Peyote o Marracash? Lo sanno che esiste l’avanzamento di carriera? Lo sanno che si può “sopravvivere” anche senza vestirsi da capo a piedi Adidas e Nike (esistono sottomarche di ottima fattura) e senza dover uscire tutti i fine settimana? Non voglio fare la predica. Ma dubito che nel Dopoguerra avrebbero preferito “lasciare il lavoro perché non ci stai dentro” anziché portare a casa, intanto, tutto quello che era possibile. Altra domanda: hanno studiato abbastanza, frequentato corsi, fatto un po’ di gavetta? Hanno pensato di cambiare città per ottenere stipendi più elevati o posizioni lavorative migliori? Qui c’è qualcosa che non torna. Ci sono fiumi di aziende che cercano operai specializzati senza trovarne: non sarà un po’ colpa anche di chi cerca lavoro se la domanda non incontra l’offerta? Puoi essere più o meno fortunato, ma non esiste alcun “diritto” ad avere un lavoro fisso, ben pagato, vicino casa, senza dover cambiare città e che magari non ti faccia nemmeno faticare troppo. Troppo facile restare sul divano, dare la colpa alla “violenza” di non si sa bene chi. E poi sfogarsi spaccando le vetrine del negozio di chi, tutte le mattine, si alza presto per tirare su la saracinesca.

Giuseppe De Lorenzo, 22 ottobre 2026

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