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La strategia finale di Putin

Non solo Ucraina: gli obiettivi russi nell’immediato e nel breve periodo

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Con le trattative e la guerra che viaggiano in parallelo, possiamo chiederci che cosa voglia Vladimir Putin? Questa è, se possibile, la domanda meno legittima in assoluto. Sappiamo tutti quali siano gli obiettivi di Putin sull’Ucraina: li ha enunciati nel suo discorso del 21 febbraio, quando ha di fatto dichiarato guerra a Kiev. Non solo vuole la secessione dei due micro-Stati di Donetsk e Lugansk, nella regione del Donbass e la loro annessione de facto alla Russia (già i loro cittadini sono muniti di passaporti russi e usano il rublo come valuta), ma anche la riannessione dell’Ucraina. Su questo è stato esplicito: fa parte dello stesso “spazio spirituale” e territorio storico della Russia.

Come questa riunificazione avvenga non è ancora dato saperlo e dipenderà dall’esito delle operazioni militari e delle trattative. Escluso, ormai, che l’avanzata si fermi al Donbass e alla creazione di un corridoio di terra fra questo e la Crimea, Putin sta mirando a conquistare tutta l’Ucraina a Est del Dnepr, quella che dai russi viene chiamata “Novorossija”. A questo Stato potrebbe essere ben presto annessa anche Odessa, che rientra nello stesso disegno territoriale. Mentre restano escluse (almeno per ora) le regioni settentrionali e occidentali del Paese: a parte i bombardamenti, meno intensi che nell’Est, non si registrano movimenti di truppe. La tappa intermedia del disegno di riannessione dell’Ucraina, dunque, potrebbe attraversare una fase di divisione in due entità separate, di cui quella orientale sotto il controllo dei russi. Come la Germania, insomma, quando i Laender orientali invasi dall’Armata Rossa, dopo cinque anni di occupazione, vennero costituiti nel nuovo Stato-satellite della Ddr. Ma sempre con il pensiero fisso di una riunificazione, ovviamente sotto l’egida sovietica. Se invece le operazioni militari, dopo la prima fase di stallo, dovessero riprendere con estremo successo, la Russia potrebbe annettere tutta l’Ucraina fin da subito: o con una unificazione formale, o con la formazione di un regime-satellite, sul modello della Bielorussia di Lukashenko.

Ma a Putin interessa solo l’Ucraina? No, perché ha rivolto delle precise richieste alla Nato e agli Usa, il 17 dicembre 2021, quando stava già ammassando da un mese truppe al confine dell’Ucraina. In cambio di una de-escalation sul fronte russo-ucraino, proponeva la firma di due trattati separati, uno con gli Stati Uniti e uno con la Nato. In essi si vede la sua volontà di rivedere completamente l’assetto internazionale e i rapporti di sicurezza Est-Ovest, con un qual certo tuffo nel passato sovietico.

Agli Stati Uniti, il Cremlino proponeva, fra le altre cose, il ritiro di tutte le testate nucleari entro i propri confini nazionali (lasciando scoperte sia l’Europa che la Corea del Sud e il Giappone, dunque), la fine dei voli di ricognizione dei bombardieri strategici e delle navi “di ogni tipo” al di fuori delle acque territoriali in aree in cui siano considerate una minaccia per la Russia. Oltre all’impegno a non aprire basi in repubbliche ex sovietiche che non siano membri della Nato. E l’ulteriore impegno a non accettare la candidatura di repubbliche ex sovietiche all’Alleanza. Alla Nato chiedeva di disarmare, di fatto, i nuovi membri ammessi dopo il 27 maggio 1997: tutti quelli che facevano parte dell’ex Patto di Varsavia, dell’ex Urss e dell’ex Jugoslavia. Non un disarmo totale, ma un ritiro completo di basi e contingenti della Nato. Ed anche all’Alleanza Atlantica, Putin chiedeva di non accettare più la candidatura di altre repubbliche ex sovietiche, né di condurre operazioni nel Caucaso e nell’Asia Centrale.