La posizione della Turchia nei confronti dell’Iran appare in evoluzione mentre il conflitto in Medio Oriente si allarga oltre i confini iniziali. Dopo gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro Teheran, la risposta iraniana ha coinvolto non solo obiettivi israeliani ma anche diversi Paesi del Golfo, modificando gli equilibri regionali e mettendo alla prova le alleanze.
In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni del ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, che in un’intervista a TRT Haber ha espresso una valutazione critica della strategia iraniana. Secondo Fidan, la regione sta attraversando una fase estremamente delicata, dopo due decenni segnati da guerre e instabilità, e l’attuale escalation rischia di ampliare ulteriormente il teatro del conflitto.
“Quando consideriamo gli effetti della guerra, come avevamo previsto in precedenza, si sta diffondendo in tutta la regione“, ha affermato. Il ministro ha osservato che l’azione iraniana non si limita a rispondere agli attacchi subiti, ma coinvolge anche infrastrutture e Paesi terzi. A suo giudizio, quando Teheran percepisce una minaccia esistenziale, tende ad adottare un approccio del tipo “se crollo, mi porto dietro la regione”, prendendo di mira in particolare le infrastrutture energetiche, considerate centrali per la stabilità economica globale.
“L’Iran sa benissimo quanto siano vitali le infrastrutture energetiche nei paesi chiave della regione per l’economia globale, la stabilità e la sicurezza energetica, e di conseguenza conduce i suoi attacchi”, ha affermato. Per Ankara, colpire indistintamente Stati che in alcuni casi avevano tentato una mediazione rappresenta un errore strategico. Fidan ha ricordato gli sforzi compiuti da diversi attori del Golfo per prevenire l’escalation, sottolineando: “Come regione, stiamo lavorando su come impedire che la situazione peggiori“.
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Il ministro ha inoltre evidenziato che, fino a poco prima dell’inizio delle ostilità, erano in corso tentativi diplomatici, in particolare da parte del Qatar. “In realtà stavano agendo in un modo che avrebbe giovato all’Iran. Ciononostante, il bombardamento da parte dell’Iran dell’Oman come mediatore, del Qatar, del Kuwait, del Bahrein, dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, della Giordania – tutti questi luoghi senza fare alcuna distinzione – è, a mio avviso, una strategia incredibilmente sbagliata“, ha affermato. Secondo Fidan, questa linea d’azione aumenta i rischi regionali ed è controproducente anche per l’Iran stesso.
Le tensioni si sono intensificate dopo i raid su larga scala condotti da Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani, che secondo fonti locali avrebbero causato quasi 800 vittime, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei e alti ufficiali militari. In risposta, Teheran ha lanciato attacchi con droni e missili contro Israele e contro diversi Paesi del Golfo che ospitano installazioni statunitensi.
Parallelamente agli sviluppi militari, si è aperta una fase di transizione politica interna in Iran. L’Assemblea degli Esperti avrebbe eletto Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. La notizia, diffusa inizialmente da Iran International e rilanciata anche da Haaretz, è giunta mentre proseguivano attacchi israeliani contro obiettivi istituzionali e militari iraniani.
Il governo israeliano ha ribadito l’obiettivo di colpire le strutture strategiche della Repubblica islamica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “non sarà una guerra infinita” ma “un’azione rapida e decisiva”, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha osservato che “lo scenario più negativo in Iran a questo punto è che il Paese sia preso da qualcuno che è peggio” di Khamenei.
L’estensione della risposta iraniana ha però coinvolto anche Stati che finora avevano cercato di mantenere una posizione prudente. Attacchi con droni hanno interessato obiettivi legati agli Stati Uniti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, mentre altri Paesi del Golfo hanno rafforzato le difese e valutano possibili contromisure. L’Oman, tradizionalmente mediatore tra Teheran e Washington, ha invitato a un ritorno alla diplomazia.
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Anche attori europei hanno aumentato la loro presenza militare nella regione, nel timore che l’escalation possa compromettere ulteriormente la sicurezza energetica e la stabilità internazionale. Teheran, dal canto suo, ha avvertito che qualunque “azione difensiva” da parte dei Paesi europei sarà considerata “un atto di guerra”.
In questo scenario, la presa di distanza espressa da Ankara assume un significato politico rilevante. La Turchia, pur non schierandosi apertamente con il fronte occidentale, segnala che la strategia iraniana rischia di isolare ulteriormente Teheran nel proprio contesto regionale. Oltre al confronto con Stati Uniti e Israele, la Repubblica islamica potrebbe quindi trovarsi a dover gestire anche la crescente insofferenza dei Paesi vicini, preoccupati per la sicurezza delle proprie infrastrutture e per la stabilità dell’area.
Franco Lodige, 4 marzo 2026
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