Christine Lagarde lascerà la presidenza della Banca centrale europea il 7 febbraio 2027, con quasi nove mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, fissata a ottobre. L’annuncio, arrivato giovedì, mette fine alle indiscrezioni sul futuro della numero uno dell’Eurotower e apre ufficialmente la partita per la sua successione. Sullo sfondo c’è il possibile approdo alla presidenza del World Economic Forum (Wef), l’organizzazione che riunisce ogni anno a Davos capi di Stato, banchieri, grandi imprenditori e investitori. Per Lagarde si prospetta dunque un nuovo incarico di prestigio, in un ambiente dove le relazioni con i vertici dell’economia mondiale rappresentano una risorsa preziosa. Le condizioni economiche dell’eventuale nomina, tuttavia, non sono state rese pubbliche.
«Ho appena informato i miei colleghi responsabili della politica monetaria e il personale della Banca centrale europea che lascerò l’incarico con effetto dal 7 febbraio 2027, dopo la riunione di politica monetaria del Consiglio direttivo», ha scritto Lagarde. La presidente ha rivendicato il lavoro svolto: «È stato un grande orgoglio e un enorme privilegio essere al servizio di questa istituzione». E ha aggiunto di lasciare una Bce «pronta per il futuro».
Il passaggio al Wef, se confermato, non sarebbe soltanto un cambio di scrivania. La tempistica delle dimissioni ha conseguenze politiche rilevanti, perché consente di anticipare la scelta di chi guiderà la politica monetaria dell’Eurozona per gli otto anni successivi.
Macron, l’ultima occasione per condizionare la successione
Il calendario è il vero protagonista della vicenda. Le elezioni presidenziali francesi sono previste nella primavera del 2027 e Emmanuel Macron non potrà ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo. La sua influenza sulla scelta del successore di Lagarde, però, resta intatta finché rimane all’Eliseo. Anticipare l’avvicendamento a Francoforte significa consentire al presidente francese di partecipare alla trattativa prima che il voto possa consegnare la guida del Paese a un esponente di orientamento politico diverso.
Macron è dunque un presidente in uscita, ma non ancora fuori gioco: una sorta di anatra zoppa europea, per usare una formula della politica americana, che conserva fino all’ultimo la possibilità di incidere sugli equilibri comunitari. La sua finestra utile si restringe, ma proprio per questo diventa preziosa.
L’ipotesi che la successione venga definita prima delle presidenziali francesi era già circolata nelle scorse settimane. Il rischio di una vittoria di Marine Le Pen, o comunque di un cambiamento negli equilibri politici francesi, rende infatti più conveniente per gli attuali vertici europei chiudere il dossier quando Macron è ancora in carica. Non significa che il presidente francese possa decidere da solo, né che esista la certezza di un accordo già raggiunto. Significa, più semplicemente, che la sua uscita anticipata dalla scena politica non coincide con quella istituzionale: Macron può ancora contribuire a scegliere chi governerà la Bce per otto anni, ben oltre la fine del suo mandato.
La questione merita attenzione anche dal punto di vista dell’indipendenza della banca centrale. La nomina spetta ai governi europei secondo una procedura prevista dai Trattati, ma le trattative per i grandi incarichi comunitari sono inevitabilmente attraversate da interessi nazionali e compromessi politici. Proprio per questo, anticipare il calendario può cambiare la composizione del tavolo negoziale senza modificare formalmente le regole.
Hernández de Cos contro Knot: la partita è aperta
I principali nomi in circolazione sono quelli dello spagnolo Pablo Hernández de Cos, direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali ed ex governatore della Banca di Spagna, e dell’olandese Klaas Knot, già alla guida della banca centrale dei Paesi Bassi. Madrid sostiene con decisione il primo, mentre L’Aia punta sul secondo. Entrambi hanno esperienza di politica monetaria e conoscono il funzionamento delle istituzioni finanziarie europee.
Per la Spagna la presidenza della Bce rappresenterebbe un risultato di grande rilievo. Il governo di Madrid considera la candidatura di Hernández de Cos un obiettivo nazionale e ha lavorato attivamente per promuoverla. I Paesi Bassi, dal canto loro, possono contare su un candidato che ha già guidato una banca centrale nazionale e partecipato a lungo alle decisioni dell’Eurosistema.
La scelta non sarà tuttavia una semplice valutazione dei curricula. Il presidente della Bce viene nominato dal Consiglio europeo, sulla base di una raccomandazione e dopo le consultazioni previste con il Parlamento europeo e il Consiglio direttivo dell’istituzione. La decisione finale richiede una maggioranza qualificata rafforzata: almeno 16 Paesi su 21, rappresentativi di almeno il 65% della popolazione dell’area euro.
In questo quadro, i governi dovranno trovare un’intesa che tenga insieme competenze, nazionalità e distribuzione degli altri incarichi. Oltre alla presidenza, sono infatti in gioco la sostituzione di Isabel Schnabel, destinata a lasciare il Comitato esecutivo a gennaio per passare al Fondo monetario internazionale, e il rinnovo del mandato del capo economista Philip Lane, in scadenza a maggio 2027. Il rischio è che le nomine vengano negoziate come un unico pacchetto, con scambi e compensazioni tra le principali capitali.
L’Italia tra il successo di Comporti e il dossier spagnolo
Roma si presenta al negoziato con un risultato concreto appena conquistato: Carlo Comporti è stato nominato presidente dell’Esma, l’autorità europea di vigilanza sui mercati finanziari, e assumerà l’incarico il primo novembre. È un successo importante per l’Italia, arrivato al termine di una procedura nella quale non sono mancati ostacoli e concorrenti. La guida dell’Esma rappresenta una posizione strategica nella regolamentazione dei mercati, nella tutela degli investitori e nella stabilità finanziaria europea.
Questo risultato, però, pone anche un problema di strategia. L’Italia deve decidere se spendere il capitale politico accumulato sostenendo un candidato alla presidenza della Bce oppure concentrarsi sulla difesa delle posizioni già conquistate e sulla ricerca di un equilibrio complessivo tra le nomine.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva già chiarito, all’inizio di ottobre, che Roma non disponeva di un candidato italiano per la successione di Lagarde e che la nomina di Comporti costituiva un successo economico e diplomatico per il Paese. Secondo indiscrezioni riportate da Reuters, l’Italia potrebbe valutare il sostegno alla candidatura spagnola, anche in considerazione dell’appoggio di Madrid a Comporti. La decisione politica finale spetta però a Giorgia Meloni.
Ieri, alla domanda se l’Italia sia nella cordata favorevole a Hernández de Cos, la presidente del Consiglio non ha dato una risposta. Un silenzio che, allo stato, non permette di concludere che Roma abbia già scelto il proprio schieramento. Può riflettere la volontà di mantenere aperte le opzioni mentre il quadro delle candidature e degli accordi europei è ancora in evoluzione.
La prudenza è comprensibile: dichiarare troppo presto il proprio sostegno a un candidato potrebbe ridurre il margine di trattativa dell’Italia sulle altre caselle. D’altra parte, la nomina di Comporti non esaurisce necessariamente le ambizioni italiane. La presenza di un connazionale alla guida dell’Esma è un risultato importante, ma la Bce resta un’istituzione di peso incomparabilmente maggiore per le condizioni monetarie, il credito e l’economia dell’intera area euro.
Cipollone nel board: Roma non parte da zero
L’Italia, inoltre, dispone già di una presenza ai vertici della Bce attraverso Piero Cipollone, componente del Comitato esecutivo dell’istituzione. Questo elemento rafforza il peso del Paese nelle discussioni di politica monetaria, ma non equivale a un controllo sulle decisioni della banca centrale: i membri degli organi direttivi operano nell’interesse dell’Eurosistema e non come delegati dei rispettivi governi.
La sfida per Meloni consiste quindi nel conciliare due obiettivi. Da un lato, evitare che la successione alla presidenza della Bce venga definita esclusivamente attraverso un’intesa tra Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi; dall’altro, non disperdere il capitale negoziale ottenuto con la nomina di Comporti, costruendo alleanze utili anche per gli altri incarichi europei.
Sostenere Hernández de Cos potrebbe essere una strada, soprattutto se Madrid fosse disposta a ricambiare il sostegno italiano. Ma un simile accordo non va dato per scontato e dovrebbe essere valutato alla luce dell’intero pacchetto di nomine. Allo stesso modo, l’Italia potrebbe preferire una posizione attendista, per capire quale candidato abbia le maggiori possibilità di raccogliere il consenso necessario e quali contropartite istituzionali siano realisticamente disponibili.
Il punto, in definitiva, è che la successione di Lagarde non riguarda soltanto chi siederà sulla poltrona più importante di Francoforte. È una partita sugli equilibri di potere nell’Unione europea, destinata a incidere sulla distribuzione delle responsabilità finanziarie e monetarie per gli anni a venire. L’uscita anticipata della presidente offre a Macron un’ultima finestra per esercitare la propria influenza. Per l’Italia, la questione è evitare di arrivare al momento decisivo da semplice spettatrice, valorizzando le posizioni già conquistate e negoziando con lucidità le alleanze possibili.
Enrico Foscarini, 29 ottobre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
