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L’anno di Draghi e la rincorsa al Colle

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Gli hanno dato la bicicletta e ora deve pedalare. Tra discese ardite e risalite, in 365 giorni Mario Draghi si gioca tutto. Traguardo: l’agognata conquista del Quirinale. Ma proprio da domani a Palazzo Chigi inizieranno per lui i dolori.

Tentativi di sgambetto a Draghi

SuperMario, infatti, rimarrà sconcertato quando toccherà con mano la Suburra in cui si trova l’Amministrazione dello Stato, devastata dai meccanismi dello spoil system e dalle logiche assistenziali e clientelari degli ultimi governi: una burocrazia impazzita, con norme irragionevoli, nazionali e regionali, che rendono quasi impossibile la realizzazione dei suoi progetti di rilancio senza procedure abbreviate ad hoc, così come avviene per l’organizzazione di una Olimpiade. Una scommessa difficile da vincere, ancor di più se si ha a che fare con vecchi volponi pretendenti al Quirinale pronti a fargli sgambetti in ogni momento. La Direzione Generale del Tesoro e la stessa Banca d’Italia ai tempi dell’ex banchiere avevano un’altra scuola e un’altra tradizione, per non parlare della Banca Centrale Europea, una corazzata minuziosamente organizzata come un lancio spaziale. Per SuperMario le congiunzioni astrali non si sono proprio allineate come sognava a Francoforte.

Finita con squilli e trombe l’avventura alla Bce, fantasticava un periodo sabbatico in giro per gli Stati Uniti, tra conferenze e prestigiosi ‘green’ da testare a colpi di swing per poi magari fare qualche buca nella tenuta di Castel Porziano. Invece, colpevoli il Covid e qualche acciacco, si è ritrovato l’anno scorso ai domiciliari tra i Parioli e Castel di Pieve, occupando il tempo tra letture e incontri mirati, quasi tutti nel suo ufficio-studio al piano nobile di Banca d’Italia o nel salotto pariolino, in un’atmosfera austera, dov’era difficile ricevere persino un caffè. Ma col trascorrere dei mesi, avanzava la certezza del disastro preconizzato sul Paese governato da un premier vanesio ed evanescente come Giuseppi, il quale, ancora offeso per il mancato invito alla cerimonia di addio alla Bce – dove peraltro per protocollo era previsto solo Sergio Mattarella – non gli rispondeva neppure al telefono.

Recovery plan, l’allarme Ue su Guseppi

A un certo punto le bozze del Recovery Plan che giravano in Europa hanno lanciato l’allarme rosso. Da Macron fino a Ursula Gertrud von der Leyen segnalavano che l’Italia era andata fuori controllo e che l’Europa tutta ne avrebbe patito le conseguenze. Draghi l’aveva ripetuto a ciascuno dei suoi interlocutori, da Di Maio a Salvini, da D’Alema a Zingaretti. “Solo se la situazione precipita e con una larga maggioranza sarei disponibile”: questo suo diktat Sergio Mattarella, che ha difeso Conte oltre ogni ragionevole dubbio, lo conosceva perfettamente. Poi, il grido d’allarme dell’Europa, l’ultimo drammatico messaggio della Merkel direttamente al Quirinale e la vergognosa campagna acquisti di Casalino-Travaglio sui c.d. costruttori hanno fatto il resto.

Mattarella ha dunque “dovuto” chiamare Draghi. Ingoiando anche, a malincuore, il sì inaspettato ma fondamentale di un Matteo Salvini convertitosi sulla via di Damasco ma che il Presidente della Repubblica continua a vedere come il fumo negli occhi sbarrandogli perfino la strada per un ministero. Privilegiando nella sua composizione soprattutto il Pd – nonostante l’evidente crisi nell’anima del partito e il caos tra mocciosi dei 5Stelle – il Governo ora ha una base così ampia che gli permetterà di navigare nei prossimi mesi in acque tranquille. Non a caso, le bozze del Recovery Plan sono già pronte senza che i partiti ci abbiano messo becco. Sono state preparate in gran segreto nelle ovattate stanze di Banca d’Italia sotto la regia del direttore generale Daniele Franco che, con la nuova giacchetta di super ministro dell’Economia, le farà comparire come d’incanto. E l’Europa tirerà un sospiro di sollievo per il pericolo scampato.