Durante il suo discorso a Parigi, il Santo Padre ha lanciato un deciso monito contro la “morte programmata”, esortando le istituzioni ad accogliere la vita incondizionatamente e a sostenere la fragilità. Non è un caso che lo abbia fatto proprio durante la visita a Parigi e dinanzi al presidente Emanuel Macron. Si tratta di un argomento molto delicato e condivido questa visione partendo da un assunto universale, dettato dalla mia sensibilità e non necessariamente dalla fede: nessuno di noi è padrone della vita. Non abbiamo deciso quando venire al mondo, e non spetta a noi decidere quando andare via. Per dare forza e autorevolezza a questa convinzione, è fondamentale guardare sia al parere della scienza laica sia alle riflessioni della grande cultura intellettuale.
Sul piano scientifico e tecnico, il celebre oncologo laico Lucien Israël ha spiegato nel suo libro Contro l’eutanasia che l’interruzione della vita non è mai un gesto di compassione. E va detto che il professor Israël non era influenzato dalla fede ma supportato dalla competenza scientifica. A questo proposito ricordava spesso l’episodio di un malato terminale di cancro allo stomaco che gli urlò: «Dottore, la prego, mi faccia morire! Lei è un vigliacco!». Israël tornò da lui con una boccetta di liquido, dicendo freddamente: «Se vuole farla finita, prenda questa. Decida lei, ma io non mi assumo responsabilità». Il paziente chiese dubbioso se fosse solo acqua ed egli rispose: «Forse… per scoprirlo dovrà usarla». L’uomo morì settimane dopo e la boccetta — contenente semplice acqua — fu ritrovata sul comodino, intatta: messo davanti alla scelta reale, il paziente aveva capito di voler combattere.
A questa visione clinica si unisce la voce laica e potente di Oriana Fallaci. La scrittrice, che ha affrontato a viso aperto una lunga e durissima battaglia contro il cancro, ha sempre ribadito il suo rifiuto categorico per la resa, lasciandoci una memorabile lezione di dignità e amore per l’esistenza: «La vita è bella anche quando è brutta», e non vi si può rinunciare prima del tempo. Questa strenua difesa trova radici profonde anche nella filosofia e nelle storie vissute. E fa inoltre notare un piccolo dettaglio da non sottovalutare: è la decisione di scegliere l’eutanasia presa nel pieno vigore della vita crea un grosso dilemma nel momento stesso in cui non si sia in grado di comunicare di aver cambiato idea essendo in coma.
Aggiungo la testimonianza infine del filosofo Emmanuel Mounier che, nel libro Lettere sul dolore, racconta la sofferenza legata alla gravissima malformazione cerebrale della figlia Françoise negli anni ’30, trovando proprio nel dolore la forza di reagire alla disperazione accettando il mistero della vita. E lo conferma, infine, l’esperienza di Sara Virgilio, rimasta in coma nel 1994 dopo un grave incidente. Nonostante le sofferenze lancinanti e l’iniziale incapacità di comunicare, Sara non ha mai pensato di voler morire. La sua storia mette in luce la pericolosità delle Disposizioni anticipate di trattamento (DAT): decidere del proprio destino da sani è ben diverso dal trovarsi nella malattia. Quando la condizione si fa estrema, l’istinto umano è quello di aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze, superando l’illusione moderna secondo cui la vita sia degna solo quando si è nel pieno delle proprie abilità fisiche.
William J. Marangon, 26 settembre 2026
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