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L’appello per difendere produttori e interesse nazionale - Seconda parte

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Quello strutturale deriva dal debito pubblico e dall’adesione a visioni subalterne che hanno finora impedito di prendere in considerazione soluzioni diverse da quelle impostate, o meglio imposte, da Bruxelles. La ragione culturale riguarda la mentalità anti impresa e in genere ostile al mondo della produzione e del commercio che i due principali partiti della maggioranza condividono. In tal senso, colpiscono il disinteresse e la relativa mancanza di provvedimenti per un settore strategico per il nostro Paese come il turismo.

Se infatti nel Pd è ritornata a farsi forte una cultura di stampo socialista, diffidente nei confronti della libera impresa, tentata dalle sirene dello Stato imprenditore e persino da dirigismi desiderosi di mettere le mani sulle imprese private in cambio di sovvenzioni, nei 5 stelle è invece marcato un elemento assistenzialistico, di stampo sudamericano e in particolare venezuelano, fondato sulla idea della nazionalizzazioni di molte imprese e sul reddito di cittadinanza da estendere a uno quota sempre più ampia della popolazione.

Emerge il profilo, dunque, di un governo che pensa di risolvere la crisi non rafforzando la produzione ma con la distribuzione di sussidi a fondo perduto, poco destinati alle attività produttiva, volti solamente a contenere la lunghezza delle file davanti alle mense della Caritas. Il ritardo nelle aperture delle fabbriche, le minacce traversali, provenienti anche da ministri, di controlli vessatori nei loro confronti, sono poi legati alla base elettorale di entrambi i partiti: un ceto essenzialmente parassitario, che sopravvive grazie al reddito di cittadinanza e alla economia informale, e poi un impiego pubblico ultra garantito.

Più che uno Stato innovatore a noi sembra che il governo voglia costruire uno Stato servile fondato su una mentalità paternalistica e pauperistica in cui i percettori di sudditi, redditi, sovvenzioni diventerebbero dipendenti a tutti gli effetti dai politici, che attraverso la burocrazia controllerebbe i loro movimenti. Il carattere spesso vessatorio in cui il lockdown è stato messo in pratica (alla cinese)  fa il paio così con le concezioni economiche del governo: chi non crede alla libertà di produrre non si fida dei cittadini e li fa inseguire sulle spiagge dalle forze dell’ordine.

V’è poi un terzo fattore che riguarda l’interesse nazionale. La classe politica che sostiene l’esecutivo è infatti assai poco interessata, al di là delle dichiarazioni di rito, alla Italia e alla nazione: un ceto spesso legato a gruppi di interesse di altri Paesi, che forse non vedrebbe male l’acquisizione di imprese in crisi da parte di gruppi stranieri oppure la sostituzione della fitta e vita rete del commercio con le grandi catene internazionali di commercio. La lentezza e la cecità dell’esecutivo fanno pensare che vi sia del metodo in questa follia.

Rispetto a questo disegno noi vogliamo un cambio di mentalità radicale. La nostra critica al governo e alle forze politiche di maggioranza non riguarda solo le misure di dettaglio ma tutto l’impianto ideologico – anche perché le prime sono spesso figlie del secondo. E vogliamo sostenere che il ruolo della impresa, del commercio, delle professioni, degli operai, insomma dei produttori di ricchezza è una missione nazionale. La crisi ha distrutto il vecchio mondo della globalizzazione. Ci si para di fronte un mondo nuovo, in cui l’interesse della nazione torna ad essere il principale valore che una comunità deve perseguire. La nazione, l’Italia è forte. Ma lo Stato è debole. E noi dobbiamo renderlo efficace, ma snello. Quindi si all’interesse nazionale, no allo statalismo.

Lo Stato recuperi in toto le funzioni di protezione dei cittadini, dei confini, dei settori e delle industrie strategiche, delle reti di dati e di comunicazione e delle infrastrutture, Ma lo Stato non dovrà occuparsi di compiti che altri istituzioni stanno meglio compiere, secondo il principio della sussidiarietà. Lo stato guardiano sì, lo stato imprenditore no. Le forze vive della società italiana vanno liberate e va loro consentito di agire Per questo, come dopo la seconda guerra mondiale, occorrerà mettere capo ad una riforma di sistema che ridisegni i rapporti fra i poteri, snellisca l’amministrazione, ripensi la fiscalità e la giustizia. In mancanza di un intervento del genere, non potrà esserci nemmeno una ripresa dell’attività produttiva e un rilancio della nostra economia.