A quasi 19 anni del delitto di Garlasco ancora si discute sul non movente che avrebbe spinto Alberto Stasi a massacrare la sua fidanzata. Un non movente che, sebbene non sia mai stato chiaramente identificato nelle due sentenze di condanna, ancora oggi rappresenta una sorta di Araba fenice per gli irriducibili accusatori del bocconiano, nel senso che vi sia – il movente – ciascun lo dice, ma quale sia nessun lo sa.
Ebbene, come riporta l’Ansa, la difesa di Stasi ha appena depositato una consulenza informatica che smentirebbe clamorosamente le conclusioni di un analogo documento, peraltro mai depositato, prodotto dagli esperti della famiglia Poggi, secondo i quali la povera Chiara, nella notte precedente al delitto, avrebbe aperto per “ben” 15 secondi la famosa cartella militare – quella contenente una sotto cartella con le cosiddette immagini pornografiche agghiaccianti, Bruzzone docet – presente nel computer del fidanzato, quando quest’ultimo si era assentato per una decina di minuti per ricoverare il cane.
Come infatti riporta l’Ansa, “Chiara Poggi, tra le 21.59 e le 22.09 del 12.08.2007, ha effettivamente modificato il testo della tesi del fidanzato, con accrescimento del medesimo, a conferma del rapporto disteso e sereno sempre intercorso tra i due anche la sera prima dell’omicidio”.
In un comunicato stampa, il legali del condannato, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, tengono a sottolineare che “risulta incontrovertibilmente dimostrato, mediante un’analisi sistematica e completa, condotta con metodologia scientifica rigorosa e replicabile, delle modalità di funzionamento del sistema operativo in uso all’epoca dei fatti sul pc di Stasi, che la sera del 12.08.2007 nessuno ha acceduto alla cartella ‘militare’ e/o alla ‘nuova cartella’ ivi contenuta, tantomeno ad immagini pornografiche”.
Purtroppo, aggiungono, “è emerso che una traccia elettronica generata dal sistema operativo Windows XP è stata scambiata per un’attività umana di accesso dapprima alla cartella militare/nuova cartella e poi persino ad un’immagine pornografica”.
Tra l’altro, ad una analoga conclusione sono giunti da tempo gli unici periti del giudice che hanno caratterizzato questo lungo iter giudiziario, Roberto Porta e Daniele Occhetti, i quali hanno sempre sostenuto la medesima tesi oggi fatta propria dai consulenti della difesa dell’ex “Ragazzo dagli occhi di ghiaccio”.
D’altro canto, soffermandoci un attimo su questo pseudo movente d’Egitto, visto che è dimostrato che i due ragazzi, una volta che Stasi rientrò nella villetta dei Poggi, lavorarono alacremente alla tesi, con solo tre brevi pause, fino al momento di separarsi e che, come ha più volte sottolineato il giudice che assolse Stasi in primo grado, tra loro non vi fu alcuno scambio di telefonate e di messaggi prima del delitto, non si comprendono almeno due cose:
- come avrebbe fatto Chiara Poggi, che secondo i colpevolisti sarebbe stata emotivamente devastata dalla presunta scoperta di queste immagini “raccapriccianti”, a rimanere impassibile, continuando come nulla fosse ad aiutare il suo ragazzo a compilare la tesi?
- Ammesso e non concesso che la vittima avesse realmente aperto per 15 secondi questa “micidiale” cartella militare, nella cui anteprima è visibile una donna di schiena che indossa un tanga con la gonna leggermente abbassata, tutto questo avrebbe poi scatenato tra la coppia un tale, deflagrante conflitto – del quale non v’è alcuna prova – tanto da scatenare, a scoppio molto ritardato, una incontrollata furia omicida da parte di un ragazzo piuttosto educato che, fino a quel momento, non aveva fatto male neppure ad una mosca?
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In realtà, oltre a questa sgangherata supposizione colpevolista, che fa il paio con la dinamica impossibile dei famosi 23 minuti – che diventano 14/15 se consideriamo il ritorno a casa in bicicletta e l’apertura delle due porte di casa e l’accensione del computer – oltre a tutta una serie di balle raccontate, alcune persino finite nella sentenza di condanna (ad esempio il fatto che sarebbe stato Stasi a raccontare ai primi soccorritori che forse si trattava di un incidente domestico, quando è dimostrato che furono i primi carabinieri a dichiararlo), dopo tutto quello che sta venendo in luce in questa seconda indagine, ci vuole una veramente un bel coraggio a difendere una sentenza di condanna che, come ho più volte sostenuto, con la logica non pare avere molto a che vedere.
Claudio Romiti, 3 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


