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Le buffonate delle élite

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Una premessa. Mai sono stato a Davos (così come al Festival di Sanremo, l’equivalente nostrano del Forum, con Claudio Baglioni in versione George Soros ) e temo di non avere più l’opportunità di andarci, ma li ho vissuti tutti come un imperdibile divertissement in purezza. Quello di quest’anno è stato il massimo del divertissement (versione triste), vedremo dopo il perché. Intendiamoci, non è difficile partecipare. Se andate sul sito del World Economic Forum capirete che è facile, basta scucire un maxi obolo iniziale, cioè una quota associativa da 60.000 a 600.000 franchi, con una serie di supplementi di importi variabili, alcuni non specificati (idea scicchissima quella di pagare al buio un prodotto sconosciuto).

Se non si hanno limiti di spesa, Davos è pure divertente, è bello vivere questa caccia al tesoro all’incontrario: ti prendono via via i soldi dandoti in cambio fuffa incipriata. Quando finalmente entri in una delle sale (spesso la più cheap perché sei stato tirchio sui supplementi) sarai ottusamente felice, come solo può esserlo un populista ricco (mia definizione digitale di élite). Vuoi mettere sentire dai top del capitalismo occidentale le stesse banalità che leggi sui giornali o vedi in tv, ma dal vivo? E spesso in un inglese stentato o benigni-style o decapitato da accenti bolognesi o bangladesh? Comunque l’idea di partire da un fisso molto alto che ti dà diritto di pagare una serie di supplementi altrettanto alti è veramente geniale. In cambio hai però, appunto, la possibilità di ascoltare dal vivo i personaggi più noti della politica e dell’economia, i “competenti”, il meglio del peggio dell’umanità, cioè gli inventori e i gestori del Ceo capitalism birbante.

Anni fa ho scelto di esserci ogni anno senza pagare neppure un franco. Due giovani, uno svizzero, uno italiano (sono lì come addetti ai bar e ai ristoranti) mi relazionano (non sui gossip erotico-politici: non mi interessano), ma sull’atmosfera rarefatta, su episodi marginali che io cerco di verificare se sono segnali deboli o meno. Sono i miei avatar in un luogo finto dove l’unica cosa vera è la neve. Quest’anno, quando mi hanno detto che era prevista una serata di “fitness politico psicologico” (mia definizione del progetto di un consulente motivazionale di Hong Kong), cioè la simulazione del dramma dei rifugiati, non c’ho creduto. Possibile che i “competenti”, travestiti e piangenti, giocassero al “Piccolo Profugo”?

Per giorni ho pensato che fosse una fake news, ci ho creduto solo quando ho visto la foto di un cartello a sfondo blu con in alto lo stemma del WEF, al centro una freccia bianca di indicazione della location, sotto la dicitura “A Day in the Life of a Refugee/ Private Car/ Pick-up/ The Loft/Exit”. Prima di scriverci il Cameo ho però atteso che la foto dei miei due avatar fosse confermata da un’agenzia: stesso cartello ma con un kapò della Securitas preso di spalle. Allora mi sono detto: il politicamente corretto ha colpito ancora, il suicidio morale e politico dei miei amici (e mio) è prossimo.

Poi sono arrivate foto incredibili di detentori di spicchi rilevanti del Pil occidentale, finanzieri, imprenditori, immagino economisti di prima fascia, travestiti da profughi africani, con le loro Madamin travestite da Federica Mogherini, a sua volta travestita da sorella di un ayatollah iraniano. Li vedi in varie pose, con le mani alzate dietro al filo spinato, inginocchiati ai piedi di kapò neri o barbuti armati fino ai denti, mentre si mettono in fila per prendere cibo da una sofferta ciotola di alluminio. Manca la sboba, perché la cena (stellata) si fa in hotel, non nell’hotspot fra le nevi.

Lo confesso, sono un vecchio signore, un apòta, che del mondo delle élite ha visto tutto e il suo contrario, ma mai mi ero vergognato come stavolta di far parte di questa oscena classe sociale. Tornando umano mi chiedo: il 2019 sarà questo? Dopo una buffonata colta giocando al profugo, proprio nei giorni della Shoah, cosa ti puoi attendere da una classe dominante debosciata che ricorda più il III secolo dopo Cristo che non il Rinascimento digitale e globalista 2.0 che ci spacciano come prossimo da un quarto di secolo? Capisco allora la Rete che si chieda: le Ong faranno anche loro parte di un gioco motivazionale praticandolo però nel Mediterraneo anziché a Davos, in acqua anziché sulla neve? Che fare? Sono troppo triste per reagire. Questa oscena volgarità dei “competenti” mi ha sconvolto, nel profondo.

Riccardo Ruggeri, 28 gennaio 2019