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Le decisioni scriteriate del premier anormale

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È arrivato il momento di rendere anormale ciò che normale non è anche se la grancassa lo spaccia  per tale. Ebbene, non è normale un presidente del Consiglio in batteria, creato come un virus, capace di mutazioni improvvise per sopravvivere e difatti sopravvive. Non è normale che, nella sua sopravvivenza morbosa, profitti a un certo punto di una epidemia per intestarsi pieni poteri e con quelli distruggere pezzo a pezzo quanto rimane del sistema paese. Non è normale la sua comunicazione da evento televisivo, non lo sono le sue conferenze stampa da autocrate esaltato, sul paranoide comprensivo, non lo sono le sue foto rubate, così rubate che si intuiscono ore di pose e altre ore di trucchi al computer. Non è normale, ma allarmante, quel suo trattare il Parlamento alla schiera di un bivacco di manipoli, ora sbarrandolo, ora irridendolo, ora imponendo decisioni precotte. Non è normale, ma spaventosa, l’abitudine alle promesse tradite.

Non è normale la sequela di decisioni scriteriate, l’isolamento imposto dove non serviva e viceversa trascurato dove urgeva. Non è normale, ma patologica, la propensione alla menzogna, perfino nei confronti del fantomatico comitato tecnico scientifico che, si è scoperto poi, non contava più del Parlamento. Non è normale la perenne invenzione di comitati, di task force, di circoli esoterici dietro i quali mascherarsi e sui quali scaricare gli effetti di decisioni in tutto personali e con nessuno condivise. Non è normale la consegna, la svendita delle macerie di un paese, 100 miliardi di Pil bruciati in pochi mesi, interi comparti distrutti, prospettive di ripresa come minimo complicate, alla Cina da cui è partita la peste moderna e che ha avuto tutto da guadagnarci anche perché ha saputo coprire quasi tutto quanto a origine, dinamiche, motivazioni reali. Non è normale il servilismo dell’informazione indecente che ha contribuito in modo decisivo a puntellare quello che, partito come un regime, va scivolando ogni giorno di più nella dittatura nel giubilo dei servi che arrivano a formulare auguri fantozziani, a scena aperta al premier intestatario a vita di pieni poteri, peraltro deleteri.

Non è normale, anche se del tutto scontato, un Ordine dei giornalisti che consenta tutto questo in barba ad ogni deontologia professionale. Non è normale l’elaborazione della paura, il panopticon dell’angoscia che ha avvolto 60 milioni di indigeni (tutti meno i clandestini) i quali ancora oggi, agosto, si costringono a girare con la mascherina in faccia, o, come dice la veterinaria Capua, sul muso, come tanti monatti anche se non saprebbero dire il perché, giusto per scaramanzia, per obbedienza, per spirito pavloviano: una condizione devastante, assai più letale del virus stesso, i cui effetti sono conclamati, sono endemici e persisteranno nella psiche collettiva, nelle sue rimozioni, nelle sue rassegnazioni. Non è normale la selva oscura di adempimenti, di norme-gramigna, di labirinti burocratici cresciuta rigogliosamente in questi mesi di clausura quasi del tutto pretestuosa. Non è normale un comparto pubblico pagato per stare a casa, per non produrre ma che di fatto è stato l’unico a beneficiare, perfino a profittare della grande ignota malattia. L’unico insieme ai Benetton dei ponti ballerini e dei conti saltimbanchi.

Non è normale l’infornata di tasse scaricata su chi è già stato distrutto dalla chiusura ma per il quale non c’è pietà. Non è normale, dopo tanta inettitudine non giureremmo così innocente, l’esaltazione messianica di un premier che compare su un ponte ricostruito allarga le braccia e dietro gli compare o gli ritoccano l’arcobaleno. Non è normale, infine, un presidente della Repubblica che consente tutto questo. Consente non è la parola giusta: non vede, assente nel silenzio, complice a oltranza, latitante nelle sue prerogative mentre le stesse opposizioni non sanno o non vogliono metterlo duramente di fronte alle proprie responsabilità, a quei doveri istituzionali traditi, elusi giorno per giorno, occasione dopo occasione, un passo dopo l’altro lungo il sentiero che porta alla morte della democrazia. Oggi, nei fatti, contro un presidente del Consiglio inventato come una app e rivelatosi inefficace, autoreferenziale, servile in Europa, arrogante in patria, sempre bugiardo – sono fatti, stanno nei verbali, nelle carte, nei riscontri incontestabili – non ci sono anticorpi. Non c’è modo di frenarne l’azione perniciosa, lo sbando in cui trascina il paese è già nel risucchio del vortice.