A Reggio Emilia, culla di un modello pedagogico celebrato nel mondo, vige da settimane una regola mai scritta e tuttavia cogente: gli ebrei sono i benvenuti, purché abiurino. Prima, però.
I FATTI
Il Centro Malaguzzi, di concerto con il Comune, ha elaborato una Carta «per una educazione democratica e partecipata». Dentro, la condanna di «ogni forma di genocidio» e di ogni militarizzazione delle scuole. Formule che qualunque persona perbene sottoscriverebbe, e proprio per questo pleonastiche, a meno che qualcuno le brandisca per un altro scopo.
LA PRESA DI DISTANZA
Lo scopo di questa carta lo rivela Maddalena Tedeschi, presidente di Reggio Children. Dopo l’assemblea del 6 ottobre precisa che al gruppo di educatori ebrei «è stata chiesta un’ulteriore presa di distanza, esplicita, dalle politiche del governo Netanyahu». Ulteriore, cioè in aggiunta a una Carta che il sindaco giura universale e priva di destinatari. Il discrimine sta tutto in quell’aggettivo. Se il testo vale per tutti, perché agli ebrei serve un supplemento di abiura? L’8 ottobre la delegazione statunitense rinuncia al viaggio. Quegli insegnanti hanno declinato un pedaggio ideologico per varcare la soglia di una scuola. Da domenica 11 ottobre sono a Reggio ventidue loro colleghi israeliani, e vi resteranno fino al 16. Se anche a loro verrà messa davanti la Carta, e con quale supplemento, nessuno ancora ce lo dice.
IL SINDACO E LA MEDAGLIA
Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, risponde senza tergiversare: «I metodi e il clima instaurati da certi Comuni emiliani mi ricordano molto quelli di Goebbels». Paragone forte ma immaginifico. Il sindaco Marco Massari lo giudica inaccettabile. Una sorpresa sussiegosa e un po’ tardiva: chi ha costruito la premessa per questo clima, di grazia? Massari assicura che a Reggio l’antisemitismo non esiste e rivendica la Medaglia d’Oro per la Resistenza. Titolo nobilissimo, ma le medaglie si meritano sul campo ogni giorno, e la vetrina serve a poco quando i fatti bussano alla porta. Massari è lo stesso sindaco che fu ripreso dalla Albanese sul palco plaudente e che (balbettando) si adeguò alla odiosa narrazione che tutt’ora la moglie di uno dei consiglieri economici del Ministero dell’Economia palestinese, propala nel mondo.
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IL NOME DELLA COSA
Il gioco è vecchio e farraginoso. Si chiede a un ebreo, in quanto ebreo, di rispondere di ciò che fa un governo che nemmeno lo riguarda (nel caso degli ebrei americani). Nessun docente cattolico viene interrogato sul Vaticano, nessun insegnante musulmano sulle teocrazie. Solo qui la colpa si fa collettiva, ereditaria, trasmissibile per cognome. Chiamatelo un po’ come volete: il nome tecnico esiste ed è antico. La sinistra compatta che applaude e la Cgil provinciale che chiede (e ottiene) di annullare la visita costruiscono un simulacro di pace, con la firma obbligatoria in calce. Un’educazione che si vanta di insegnare ai bambini a pensare non può cominciare pretendendo dagli adulti l’abiura.
Giulio Galetti, 12 ottobre 2026
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