Leone e il Dragone. Stamane, a San Pietro, si è tenuta l’ultima chiamata per l’Occidente: il Sommo Pontefice ha ricevuto l’anello del Pescatore. Non un semplice ornamento, ma il sigillo del potere apostolico. È Papa. Con Leone XIV si apre un cambio di rotta che ridisegna la mappa geopolitica della Chiesa. Francesco aveva spostato il baricentro verso il Sud globale: America Latina, Asia, Africa, le periferie del mondo; il nuovo Pontefice riporta invece l’attenzione sull’Occidente cristiano in crisi: Italia, Europa centrale, Stati Uniti. Non per nostalgia, ma per necessità. È qui che si gioca la vera battaglia ecumenica contro il secolarismo e il relativismo, in una continua ricerca della pace tra gli uomini, con la possibilità che i colloqui tra Ucraina e Russia si svolgano addirittura in Vaticano.
L’Asia, salvo rari bastioni come le Filippine, perde peso strategico. La Cina, che per Francesco rappresentava la grande speranza diplomatica, diventa ora un interlocutore più guardingo: Leone non rompe, ma ridimensiona. Sa bene che il controllo statale sul culto rende sterile qualsiasi intesa. A Pechino, lo Spirito Santo non è contemplato. Eppure, con l’elezione di Leone XIV, qualcosa è cambiato anche nel cuore del potere cinese. A Zhongnanhai – il complesso governativo adiacente alla Città Proibita – il presidente Xi Jinping ha seguito con attenzione l’esito del Conclave, tifando apertamente per Parolin. E quando ha visto che non andava come sperava, non ha reagito alzando barriere con Washington sui dazi, ma ha fatto buon viso a cattivo gioco. Puntava sull’elezione del Segretario di Stato di Francesco, monsignore d’apparato, già artefice, nel 2007, dell’avvio del percorso che ha portato a una storica intesa con il Vietnam, culminata nella nomina di un rappresentante pontificio residente ad Hanoi. Lo stesso Parolin è stato protagonista dell’accordo con la Cina sulle nomine episcopali, rinnovato per tre volte, sempre più adattato alle pretese di un regime che intende controllare anche il potere spirituale.
La scomparsa di Papa Francesco ha suscitato in Cina una reazione intensa e spontanea: centinaia di articoli e post, sui social media e su piattaforme ufficiali, hanno espresso rispetto per il pontefice argentino. Inaspettatamente, però, al Soglio sale un prelato a stelle e strisce come Prevost: un nome forse imposto – oltre che dallo Spirito Santo – da una combinazione di fattori, tra cui la fronda italo-americana che ha affossato Parolin. Non è un caso che la riflessione più profonda sulla Cina e sulla linea filo-Pechino di Papa Francesco sia arrivata, durante le Congregazioni generali, dal cardinale statunitense Raymond Burke, uno dei grandi tessitori del papato di Leone XIV, assieme al piemontese Giuseppe Versaldi.
È tornata alla ribalta anche la figura emblematica della resistenza cattolica al compromesso con Pechino: il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, salesiano, 93 anni, vescovo emerito di Hong Kong. Francesco, in dodici anni, non lo ha mai ricevuto. Ora Zen, con parole taglienti e riti solenni, ha officiato il funerale del bergoglismo, dei suoi cantori e dei suoi effetti corrosivi sulla Chiesa. Leone XIV, pragmaticamente ma con maggiore cautela, sembra voler proseguire – sia pur molto più lentamente – il cammino tracciato da Bergoglio con l’accordo del 2018 tra Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi, ma vorrà battersi con forza per una più ampia libertà religiosa. I dietrologi cinesi hanno chiosato sul significato simbolico del nome scelto: Leone XIV. In numeri romani, “XIV” contiene “XI” – il nome del presidente cinese, Xi Jinping. Un dettaglio, certo, ma che alcuni leggono come segno, magari provvidenziale, di apertura e continuità.
Nel frattempo, mentre l’attenzione mediatica esalta la strategia trumpiana sostenuta da Bessent, Musk e Ackman, la Cina adotta metodi pragmatici e discreti, proponendosi come garante di stabilità globale. Approfittando della distrazione americana, Pechino punta a negoziare accordi commerciali vantaggiosi e a rafforzare una rete di alleanze economiche più ampia. Un messaggio ribadito anche dall’ambasciatore cinese a Roma, che ha invitato Italia e Unione Europea a intensificare scambi e investimenti bilaterali. Sul piano delle alleanze, Leone XIV si muove per ora con sobrietà e rigore: meno movimenti ecclesiali, più legami con ortodossi ed evangelici su basi morali comuni. Meno dialogo indistinto, più convergenze selettive. Riapre anche il dialogo con il mondo ebraico tradizionale, dopo le tensioni seguite all’attacco del 7 ottobre 2023 e alle ambiguità di Francesco su Israele. Significativa sarà la presenza oggi del presidente Isaac Herzog in Vaticano. Un messaggio al rabbino Di Segni ristabilisce il legame nel solco della Nostra Aetate. Tra le prime ipotesi, anche una visita in Terra Santa: gesto simbolico e occasione per ricucire una relazione logorata. Un segnale che i “fratelli maggiori” tornano al centro.
La Chiesa non è più in uscita, ma finalmente in ricostruzione. E nei piani di Leone XIV anche l’Africa avrà la sua parte: una fede giovane, una dottrina solida, vocazioni in crescita. Non più periferia del mondo, ma cuore pulsante. I cardinali africani guadagnano ruoli chiave non solo nei dicasteri missionari, ma anche in quelli dottrinali. Il nuovo Papa preferisce la verticalità della dottrina all’orizzontalità del consenso. Misericordia e fratellanza restano il faro, ma temperate dalla verità. È l’inizio di una nuova stagione. Prevost non ha una corona, ma porta al dito l’anello del Pescatore e, su di sé, il peso di una civiltà in bilico. Se l’Occidente saprà ascoltare o preferirà perdersi, non lo decide solo la storia. Lo decide la fede. E il tempo che resta. Fiat voluntas Dei.
Luigi Bisignani per Il Tempo 18 maggio 2025
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