Siamo un popolo che ama i “No” ideologici per poi maledire i “Sì” alle bollette. Nel 1987, sull’onda emotiva di Chernobyl, l’Italia decise di spegnere i motori del progresso energetico. Fu un suicidio assistito spacciato per trionfo ecologista: ci siamo illusi di essere più sicuri, mentre oggi imploriamo i vicini francesi di venderci la loro energia (nucleare) a prezzi elevatissimi. Oggi piangiamo sulle bollette, sognando quell’indipendenza energetica che abbiamo gettato alle ortiche per un pregiudizio vecchio di quarant’anni.
La storia, con cinica precisione, si sta ripetendo con la bocciatura del referendum costituzionale del 2026. Come nel 1987 si pensava di “fermare l’atomo” per decreto, oggi si è pensato di “difendere la Costituzione” mantenendo uno status quo fallimentare. La bocciatura della riforma della magistratura non ha salvato l’indipendenza dei giudici; ha semplicemente blindato il potere delle correnti. Se per il nucleare la fattura è in euro, per la giustizia sarà in termini di imparzialità e democrazia.
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Bocciare la separazione delle carriere e la riforma del CSM nel 2026 produrrà una magistratura non più libera, ma più ‘arroccata.
Vedremo giudici dimettersi per scendere in politica con un’aggressività raddoppiata, forti di un sistema che il popolo, per paura del cambiamento, ha scelto di non toccare. Cosa accadrà domani?
Tra qualche anno, quando ci troveremo davanti a sentenze scritte col bilancino dell’appartenenza politica ed a una giustizia sempre più lenta e parziale, faremo esattamente quello che facciamo oggi davanti al contatore della luce: ci lamenteremo del sistema, dimenticando che la chiave per cambiarlo l’avevamo in mano noi, e abbiamo scelto di spezzarla. Siamo passati dal “Nucleare? No grazie” al “Giustizia? Meglio così”. In entrambi i casi, la vittoria della conservazione è solo il preludio a un risveglio molto amaro.
Massimo Micheli, 25 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


