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L’Italia nella nuova crisi mondiale: conta ancora o è fuori dai giochi?

Non solo rischi: le opportunità del multipolarismo

Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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C’è una lettura istintiva, quasi automatica, delle tensioni geopolitiche che circondano l’Italia: più rischi, più instabilità, più pericoli. È una lettura comprensibile, ma parziale. Esiste infatti anche una prospettiva diversa — non del tutto rassicurante, ma più lucida — secondo cui il ritorno dell’Italia al centro di una contesa strategica non rappresenta soltanto una minaccia, bensì anche un’opportunità. Per oltre quarant’anni, durante la Guerra Fredda, l’Italia è stata una frontiera avanzata dell’Occidente. Non per scelta romantica, ma per necessità geografica e politica.

Era un Paese cardine nel Mediterraneo: una piattaforma logistica, un crocevia di intelligence, un terreno di confronto — talvolta opaco — tra blocchi contrapposti. Questa centralità comportava rischi, certo, ma garantiva anche peso politico, attenzione internazionale e margini di negoziazione. Con il rovinoso crollo dell’URSS e la fine del mondo bipolare, quella centralità si è progressivamente dissolta. L’Italia è diventata, nel migliore dei casi, un alleato periferico di Washington; nel peggiore, un attore marginale, se non addirittura irrilevante, in uno scenario dominato da equilibri più ampi e da altre priorità strategiche.

Oggi quel ciclo sembra chiudersi. Il ritorno di una competizione globale — non più rigidamente bipolare, ma certamente multipolare — riporta il Mediterraneo al centro della scena. Instabilità in Nord Africa, proiezione russa in Libia, tensioni mediorientali, competizione energetica, rotte migratorie: tutto converge in uno spazio geografico che ha nell’Italia il suo perno naturale. Essere al centro di queste tensioni, dunque, non significa solo essere vulnerabili.

Significa anche tornare a essere rilevanti. In un mondo unipolare, il valore di un Paese medio tende a ridursi: le decisioni si prendono altrove e lo spazio di manovra è limitato. In un mondo competitivo, invece, la posizione geografica, la capacità diplomatica e il peso strategico tornano a contare. Gli attori globali — Stati Uniti, Russia, Cina e potenze regionali — hanno bisogno di punti d’appoggio, interlocutori e snodi logistici e politici.

E chi occupa questi nodi può negoziare, influenzare, ottenere. Il punto, però, è tutto qui: può farlo bene solo chi ne è capace. La centralità non è un vantaggio automatico. È una leva. E, come ogni leva, può essere utilizzata a proprio vantaggio oppure sprecata. Per sfruttarla serve una classe politica in grado di leggere il contesto, di muoversi con autonomia e intelligenza anche in situazioni di tensione, senza rompere le alleanze, e di trasformare la pressione esterna in potere contrattuale. Richiede visione, coerenza e una certa dose di freddezza strategica. Altrimenti, il rischio è l’opposto: subire la competizione senza governarla.

Essere terreno di gioco anziché giocatore. L’Italia oggi si trova esattamente su questa linea di confine. Da un lato, le minacce sono reali: guerra ibrida, interferenze, instabilità ai confini allargati. Dall’altro, però, si riapre uno spazio che per decenni era rimasto chiuso: quello di un Paese che conta perché è indispensabile negli equilibri geopolitici globali. Non è una condizione comoda, né priva di pericoli. Ma è, con tutta probabilità, molto più promettente dell’alternativa: l’irrilevanza silenziosa di chi non è conteso perché non necessario.

Salvatore Di Bartolo, 25 aprile 2026

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