Elif Eralp, esponente del partito di sinistra radicale Die Linke e futura sindaca di Berlino dopo la vittoria del 20 settembre, è finita al centro di uno scandalo che sta scuotendo tutta la Germania.
Nel rilasciare un’intervista al settimanale Der Spiegel, l’entourage della prima cittadina della capitale tedesca ha inviato per sbaglio il testo completo di commenti e annotazioni private. Lì, in risposta a una domanda su Ibrahim Ibrahim (attivista propal estremista accusato di avere legami con Hamas e nonostante ciò presente a una festa elettorale della Linke), Eralp ha scritto frasi che sarebbero dovute rimanere segrete: “Non vuole, mio marito, e nemmeno io, fare nomi precisi, lui ha paura di queste persone e anch’io”. E ancora: “La polizia raccomanda di non fare mai nomi precisi. Allora si trattava di criminalità organizzata. Ora si tratta di persone con contatti con Hamas”.
Dopodiché ha persino chiesto di annullare l’intervista: “Non posso mettere in pericolo me e la mia famiglia per lo Spiegel. Cosa facciamo adesso?”
Spiegel, settimanale di area progressista, con grande professionalità ha pubblicato la nota integrale, ponendo così una domanda dirimente: può una donna che ha paura di menzionare un simpatizzante del terrorismo essere responsabile della sicurezza di tutti i berlinesi? La carica di sindaca/governatrice di Berlino comporta infatti poteri rilevanti sulla polizia. Ovviamente i partiti di destra sono partiti all’attacco: come potrebbe garantire la sicurezza di milioni di persone se lei stessa teme l’ambiente islamista all’interno del suo stesso partito? E una forte pressione è cresciuta anche sulla SPD, forza di sinistra più moderata la cui maggioranza berlinese aveva però acconsentito di entrare in coalizione con Eralp.
La sindaca in pectore, per cercare di mettere una pezza, ha dichiarato che agirà con la massima determinazione contro criminalità organizzata, violenza e terrorismo. Ma l’episodio è l’ennesima dimostrazione lampante di come in politica tutti i nodi vengano al pettine. Per anni la sinistra socialista e radicale ha pensato di potersi servire degli estremisti propal e degli ambienti radicali islamisti come serbatoio di voti, di attivismo di piazza e di presidio sulle periferie. Li ha coccolati, legittimati, fatti sfilare sotto le proprie bandiere e accolti sotto la sua ala presentandoli come alleati naturali della “causa” contro Israele e contro il capitalismo. Ha chiuso un occhio su chi glorifica i leader di Hamas come eroi.
Quando arriva al potere però scopre che quegli stessi ambienti non sono strumenti docili: sono intolleranti, violenti, capaci di intimidire anche chi li ha legittimati nello scenario politico occidentale. Tanto che la futura prima cittadina di una capitale europea ha paura di nominarli nonostante abbiano votato per lei. E così non osa contrastarli pubblicamente.
Si è creduto di poter usare l’estremismo per conquistare consenso e governare, e invece ci si ritrova ostaggi della sua violenza e della sua incompatibilità con la democrazia liberale. Un bel guaio per Berlino, ma soprattutto per chiunque abbia ancora l’illusione di poter tenere insieme il socialismo e l’islamismo.
Alessandro Bonelli, 30 ottobre 2026
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