Sprecopoli (Mario Cervi – Nicola Porro)

Ha fatto bene Luigi Mascheroni, pochi giorni fa su queste colonne, a descrivere Mario Cervi, il nostro direttore, per quel suo tratto di signore d’altri tempi. Che era la sua caratteristica fondamentale. Oggi, se mi permettete, vorrei descriverlo sotto un altro punto di vista: quello che ho visto e conosciuto scrivendoci insieme un libro. Quella di oggi si può dunque definire una recensione autobiografica, ma non fatevi ingannare, è solo una scusa per raccontarvi un Cervi visto da dentro.

Fu proprio il direttore a insistere molto che scrivessi il libro con lui e che lo firmassi con pari dignità: la cosa era ovviamente assurda sia per la sua storia, sia per la sua capacità di scrittura, che era semplicemente magnifica. Ma soprattutto perché l’idea del libro e del suo contenuto era semplicemente e solamente di Cervi. Non era pigro, come tanti giornalisti sono, era solo generoso, come pochi giornalisti sono. In tempi non sospetti Cervi voleva mettere in evidenza più da un punto vista etico che economico la spregiudicatezza di un personale politico che utilizzava i quattrini degli italiani, e dunque in ultima analisi delle nostre tasse, per sprechi e privilegi che non avevano più alcun senso.

Quando chiese al sottoscritto di dargli una mano per trovare i numeri e approfondire temi, era del tutto chiaro come l’intento di Mario non fosse quello di cancellare una classe politica definendola indistintamente ladra, ma fosse quello di rivendicare uno Stato dimagrito, in cui i politici riprendessero il loro ruolo e la loro dignità. Nacque così Sprecopoli, in cui ci dividemmo equamente la scrittura dei capitoli, con quello sul Quirinale affidato proprio a Mario, che tanto ci teneva e che trattò con il garbo che tutti gli riconosciamo. Eppure Sprecopoli per Cervi era un titolo che non funzionava, dava un’idea troppo dozzinale di ciò che intendevamo. Mario aveva proposto il titolo chic e sofisticato «Lo scialo». Non intendevamo infatti scimmiottare l’epoca di Mani Pulite e la sua Tangentopoli, si trattava di ripensare il ruolo della politica e le sue manifestazioni più esteriori. La verità che Cervi non rivelò mai è che il grande scrittore ci rimase molto male proprio con gli editori che per anni lo avevano coccolato. Non solo non accettarono il suo titolo, in fondo sono cose che capitano, ma ci fu un secondo retroscena che rese amara la piccola storia di quel libro. Cervi era abituato a pubblicare con un editore molto sollecito e che era ben felice di prendere al volo ogni suo papiello. In questa occasione traccheggiò: per mesi lo tenne in ballo senza dargli date e ordini di pubblicazioni precisi.

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Tullio Pascoli
Tullio Pascoli
18 Novembre 2019 18:07

Letto, molto apprezzato, consigliato e recensito:

http://www.liberalismowhig.com/2014/02/01/politica-gestione-e-prodigalita/

Elisabetta
Elisabetta
14 Novembre 2019 19:11

Visto e considerato che lei ha una lunga serie di libri a sfondo sociologico, ne ho visto in parte i titoli, le sarà ben chiaro che il potere, storicamente si trova sempre relegato in mani di pochi, l’eccezione apparente sono stati i sistemi democratici e/o costituzionali. apparenti poichè,(qui dò ragione a liberalismo classcio nella sola parte ove si chiedeva/proponeva la facoltà di voto ristretta ad una cerchia/censo, la vera finalità per chi è smaliziato la si deduce da sè e non è di certo per ed a favor di popolo) dare potere di voto a chi è analfabeta ( oggi lo sono gli analfabeti funzionali che io però definirei più correttamente alfabeto disfunzionali) significa mandare a puttane entrambe i sistemi. che per chi lungimirante era ( la vecchia e cara classe nobiliare) si è solo seduta sulla riva in attesa che accadesse? NO! Mentre il popolo idiota afferrava l’ascensoore sociale, la vecchia classe nobiliare allargava/si riprendeva le sue maglie di potere nei sistemi neonati democratci e/o costituzionali, sfruttando quello che non era ancora cessato di esistere il timore reverenziale nei confronti dei titolati storici.ossia loro/lei.
Liberalismo tradotto significa, togliere potere ad uno stato democratico e/o costituzionale per restituirlo a quello monarchico didattoriale (imperi oligarchici imprenditoriali privati) le uove monarchie. Saluti

Elisabetta
Elisabetta
14 Novembre 2019 18:27

Non ne conosco il contenuto in dettaglio, ma viste le premesse della sua recensione, ad una DEMOCRATICA REPUBBLICANA (l’unica forse etichetta che posso avere) alla quale va benissimo anche una MONARCHIA COSTITUZIONALE,( un giorno magari le spiegherò dove due apparenti contraddizioni non lo siano affatto), non gli si può far passare come unica alternattiva il sistema liberale, in alternativa a ladrocinio di Stato e lei è consapevole che in questo Stato la politica scialava tanto quanto l’imprenditoria la quale , a parte alcuni eccezioni , foraggiava i politici ma veniva dagli stessi foraggiata con opportunità di appoggi.
Le ricordo che le sue letture Einaudi, Hayek etc…. non hanno il presupposto indispensabile per essere considerata soluzioni pragmatiche ma solo ideologie in quanto le biografie dei su cittati compresi gli etc. non scritti, dimostrano come le loro teorie politico economico ( correnti di pensiero) non fossero libere da condizionamenti di un’alllora classe dominante, che non mi vorrei ripetere ma sempre di estrazione nobiliare era e quando non era tale si trattava di alta borghesia, ossia quella fascia di società che ambivaa a sostuìituirsi al potere nobiliare ma non a odificarlo bensì usarlo per se stesso.
Saluti.

adl
adl
14 Novembre 2019 17:42

“Gli stessi che oggi piangono il populismo grillino, che tanto contribuirono a far nascere”………..Porro, ci sta dicendo che quei giornaloni oggi piangono il populismo grillino ??? Sarà pure una mia impressione personale, ma ad onor del vero tutte queste lacrime io non le vedo. Chi sostiene oggi il governo responsabilissimo voluto anche da OTAN UE del Bisconte zio Giuseppinocchio, se non i GIORNALONI FALSI E BUGIARDONI ???!!!!