in

Lo sfogo di un commercialista contro la burocrazia

Dimensioni testo

L’emergenza Coronavirus non è solo sanitaria, ma anche economica. Tanti gli imprenditori, i piccoli commercianti e le partite Iva che mi scrivono per informazioni. Altrettanti quelli che si sentono abbandonati dallo Stato. Per questo, ho deciso di dar voce a questa parte del Paese spesso lasciata sola.

Egregio Dott. Porro,

sono uno dei tanti commercialisti di Provincia, di quelli che oggi si sentono “utili al paese” perché in base ad un decreto rientriamo fra le attività professionali non sospese.

Che la nostra professione fosse utile al paese, non ce lo doveva certo dire il Presidente del Consiglio, lo sapevamo e lo sappiamo da anni. Perché? Semplicemente perché dobbiamo, nostro malgrado, anche in questo brutto momento, essere interpreti della macchina burocratica statale, delle sue norme assurde, vessatorie, contraddittorie ed anche difficilmente applicabili nella pratica.

Tutto questo perché, nel difficile momento che stiamo vivendo, lo Stato non si è assunto la responsabilità e tramite la macchina burocratica ha reso l’ennesima beffa ad imprese e cittadini.

Vede, facendo parte di questa categoria professionale, nel tempo ho compreso la differenza tra la teoria e la pratica, ossia tra chi ogni giorno sta sul pezzo e chi invece dall’alto dei suoi titoli acquisiti nelle più blasonate università italiane, non ha la benché minima idea di cosa voglia dire lavorare e risolvere in tempo reale dei problemi operativi, dovendo prendere decisioni nell’immediato che spesso si rivelano tardive, soprattutto in una situazione del genere.

Purtroppo la burocrazia in questi anni è diventata talmente pregnante che invece di aiutare i cittadini e le imprese in momenti di difficoltà, riesce a complicare tutto, anche le cose più semplici.

In questo marasma, invece di sentirmi utile, mi sento totalmente inutile perché devo chiamare i clienti per dirgli che il 31 marzo scade l’invio telematico dei corrispettivi, oppure che c’è da emettere le fatture elettroniche che scadono nei dodici giorni, per dirgli che i pagamenti per alcuni sono stati rinviati al 31 maggio e per altri di quattro giorni!!! Oppure metterli a conoscenza che il famoso bonus di 600 euro, previsto solo per il mese di marzo, non gli spetterà solo ed esclusivamente perché si tratta di un professionista iscritto in Ordini e Albi.

E ancora: sentirsi chiamare dal cliente perché, avendo chiesto alla propria Banca di sospendere mutui e finanziamenti, non sa come fare per produrre alla stessa una “dichiarazione sostitutiva di notorietà” che attesti, in base a una Raccomandazione dell’Unione europea, se possa fregiarsi o meno del titolo di micro impresa, media impresa o impresa.

Vorrei raccontarle quindi queste giornate chiuso nel mio studio a rispondere a mail, telefonate e messaggi dei clienti spaventati per il presente e terrorizzati per il futuro. Vorrei raccontarle la difficoltà psicologica di dover, anzi volere, cercare di rassicurare e infondere un minimo di serenità e fiducia nel futuro a queste persone, che già avevano grandi difficoltà e adesso non sanno nemmeno se fra qualche mese la loro azienda continuerà ad esistere.

Siamo commercialisti, ma come sempre e ancora di più in questo momento difficile, ci ritroviamo a essere i confidenti, gli psicologi, i preti confessori di persone che stanno soffrendo insieme alle loro famiglie e ai collaboratori più stretti, compresi i dipendenti.

Orbene, in questo momento di sofferenza e di forte stress psicologico anche per i sottoscritti, che si trovano ad affrontare non solo le difficoltà dei propri clienti, ma anche le nostre difficoltà perché oltre ad essere professionisti siamo persone. Avremmo voluto che la nostra attività fosse rivolta a supportare gli imprenditori, cercare di riorganizzare le attività in maniera tale da poter permettere la ripartenza il prima possibile limitando il più possibile i danni che questa crisi sanitaria sta determinando e che purtroppo porterà ad una devastazione economica e sociale a cui non siamo pronti.