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Lockdown e vaccini: le menzogne di Speranza in tv

L’intervista del ministro della Salute da Lucia Annunziata. Ecco tutto quello che non torna

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Quante bugie può dire un ministro della Sanità, in tempi di pandemia, prima che il suo presidente del Consiglio lo licenzi? Quante imprecisioni, o verità di comodo, può raccontare in tv, prima che un giornalista glielo faccia notare? Ciò che è andato in scena oggi pomeriggio, con l’intervista di Roberto Speranza e Mezz’ora in più di Lucia Annunziata, ha dell’incredibile. E dire che Rai 3 fa parte del servizio pubblico: ci si poteva aspettare un minimo di contraddittorio, una domanda incalzante, almeno che qualche capello si drizzasse, quando l’ex assessore all’Urbanistica di Potenza le sparava grosse, forse senza neanche rendersene conto.

Il piano pandemico e il “manuale di istruzioni”

Partiamo dal passaggio in cui Speranza ha ripercorso le prime fasi del dramma che ci trasciniamo dietro da due anni: “Non avevamo un manuale d’istruzioni”, ha provato a giustificarsi. Come, prego? Non avevate un manuale d’istruzione? Se è così, il ministro ha ammesso una colpa grave; se non è così, ha mentito.

Cominciamo infatti con il ricordare che il manuale d’istruzioni doveva esserci eccome: era il famoso piano pandemico, quello che, in effetti, in Italia non veniva aggiornato da oltre un decennio e che nemmeno l’esponente di Leu e i tecnici del dicastero, durante il suo mandato, si erano preoccupati di ritoccare. Si capisce perché la scusa di Speranza non regge: se quel “manuale d’istruzioni” non era buono a nulla, è imperdonabile che nessuno lo abbia migliorato, neppure negli ultimi mesi del 2019, allorché le notizie che arrivavano dalla Cina avrebbero dovuto far allarmare il dormiente ministro comunista. Che però, ancora a gennaio 2020, ci raccomandava di non modificare il nostro stile di vita e faceva girare il famoso spot con Michele Mirabella: “Il contagio non è affatto facile”.

Perché nessuno attivò il piano?

Era l’epoca di “abbraccia un cinese”, di Selvaggia Lucarelli e Corrado Formigli con i biscottini cinesi, di Beppe Sala col raviolino al vapore in via Paolo Sarpi, perché “Milano non si ferma”. Erano i giorni in cui l’allora premier, Giuseppe Conte, ci assicurava: “Siamo prontissimi, continuiamo costantemente ad aggiornarci con il ministro Speranza”. Che aggiornamenti si davano? Il piano pandemico, intanto, era lì, chiuso in un cassetto, logoro, forse inutile. Se però quel documento poteva servire a salvare qualche vita (secondo uno dei consulenti della Procura di Bergamo, Pier Paolo Lunelli, probabilmente migliaia), non averlo attuato è persino peggio di non averlo mai riadeguato.

Le mascherine spedite in Cina

Qualcuno ne chiederà conto a Speranza, che va a pontificare su quanto siano stati bravi e “responsabili” lui e i colleghi dell’esecutivo giallorosso? Qualcuno gli chiederà, finalmente, perché non avevamo mascherine e respiratori, perché i Dpi che avevamo li spedimmo in Cina e perché poi elemosinammo i ventilatori (farlocchi) da Pechino, consentendo al regime di Xi Jinping una passerella mediatica inaudita? E qualcuno chiederà all’uomo-ombra di Speranza, Walter Ricciardi, perché, allora, andava in tv a dire che le mascherine (chirurgiche) erano una “psicosi degli italiani”? Non è che a qualcuno faceva comodo un “pompiere”, nella fase in cui mancava praticamente qualunque dispositivo di protezione?

La bufala del “modello italiano”

È falso altresì che “tutti i Paesi occidentali” abbiano imitato l’orrido modello italiano. Chi ha scelto la strada del lockdown, lo ha attuato o per periodi più brevi, o in modi meno rigidi (si pensi alla Germania, dove alla gente non è mai stato proibito di passeggiare all’aria aperta). Per di più, le nazioni in cui non è stata attuata alcuna serrata totale, come Svezia e Danimarca, se la sono passata decisamente meglio. E adesso, il modello italiano è stato definitivamente cestinato: tant’è che mentre mezzo mondo riapre, noi ancora spacciamo come grande conquista di civiltà il decaduto obbligo d’imbavagliarsi per strada e la ripartenza delle discoteche.

Italiani chiusi in casa con Dpcm

Altra inesattezza del ministro: mentre rievocava i concitati giorni che portarono al primo lockdown, ha parlato del “decreto legge” con cui fu chiuso il Paese, attribuendosi peraltro il surreale merito di aver portato quella risoluzione in Cdm. Peccato che fu Conte a intestarsi la decisione: Speranza, forse, ha dimenticato che, a marzo 2020, gli italiani furono condannati ai domiciliari da incensurati in virtù di un decreto del presidente del Consiglio (dpcm), non di un decreto legge. Peraltro, checché ne dica lui, quando definisce un “patrimonio del Paese” il “rapporto tra politica e scienza”, gli scienziati del Cts non consigliavano affatto la serrata generalizzata. E mentre Speranza e Conte discussero “per giorni” sul lockdown, chissà quanti morti costò la mancata zona rossa nella Bergamasca…