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Lorena Cesarini, sermone da vittima sul palco dei privilegiati - Seconda parte

A Sanremo il monologo sul razzismo. Ma la discriminazione, oggi, sta altrove

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Se volevi davvero instillare il dubbio che questo sia un Paese carogna, potevi cercarla dove c’è, la discriminazione: fortuna ci ha pensato, da par suo, Checco Zalone che ha una solidità anche culturale alle spalle, a differenza di altri, ed è anche furbo, si sbilancia ma sempre un passo indietro dal delirio, il suo cattivo gusto ha qualcosa di moralistico ma incazzato; la sua parodia dei virologi spiega tutto, non lascia altro da aggiungere, la stessa musichetta, sullo stampo della Nostalgia canaglia, offre un arrangiamento chirurgicamente sarcastico, così ostentatamente datata, con quelle cascate di archi e di tastiere da anni ’70 e ’80 nazionalpopolari. In un colpo solo, punge gli scienziati vanesi e l’insostenibile leggerezza di Al Bano, Fabio Fazio e, di striscio, la guerra degli impresari (Lucio Presta versus Beppe Caschetto, ma ci vorrebbe un pezzo a parte).

È una satira, direbbe Burioni, “a 365 gradi” senza bisogno di umiliare chi non c’entra, cioè il contrario di Fiorello che è scaduto in una pantomima gratuita, infelice, e che gli ha fruttato un turbine di insulti via social: non ci interessa, non piangeremo per lui. Così come non piangeremo per le false ambasce dell’attrice giovane Cesarini. Cara Lorena, sono bianco (più o meno) e scrivo queste note: non facciamone una questione, ok?

Max Del Papa, 3 febbraio 2022

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