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L’ultimo allarme gretino: la plastica

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Siamo tutti (usciti) pazzi per la plastica. Ci allarmano che ci vogliono ben 450 anni per smaltire – qualunque cosa ciò significhi, ammesso che significhi qualcosa – una bottiglietta di plastica. E allora? Vuol dire che il materiale è abbastanza inerte, no? Non fosse così, cioè se bastassero 450 ore per lo “smaltimento”, allora sì che bisognerebbe preoccuparsi. Quella biodegradabile, per esempio, sì che è un problema. Come e in cosa si biodegrada? Si degrada completamente? Se è al buio, come per esempio in fondo al mare, no.

La plastica è un materiale benedetto e senza di essa la nostra vita sarebbe completamente diversa, anche se non ne siamo consapevoli. Siamo circondati dalla plastica: dalle lenti a contatto alle palette per turbine d’aeroplani. Per molti usi la plastica è superiore al metallo, al vetro e al legno. Per altri usi essa è indispensabile e insostituibile. L’ipocrisia, l’ignoranza e la stupidità – in un parola il Gretinismo – ci additano un nuovo colpevole: l’imballaggio. Come se chi produce un bene abbia voglia di sperperare denaro per inutili imballaggi. I quali, invece, sono ridotti al minimo per quantità e sono espansi al massimo per qualità, in modo da garantire la migliore preservazione, conservazione e sicura trasportabilità del prodotto.

La stupidità di chi ci governa arriva a mettere il becco promuovendo i prodotti sfusi “per ridurre gli imballaggi”. Ma tali prodotti sono talmente marginali che incidono praticamente nulla sulla totalità della plastica usata. Alcuni tra i soliti geni stanno distribuendo borracce ai bambini, sperando di farne tanti Gretini. Ma l’acqua minerale delle bottigliette – che peraltro può scegliersi della composizione preferita quanto a minerali disciolti – è spesso migliore di quella di rubinetto. Questa è sicuramente igienicamente ineccepibile, ma per essere tale è necessario che sia clorata, il che non le conferisce un gradevole sapore. Inoltre, a seconda della zona, può essere più dura del desiderato. E la bottiglietta di plastica, oltre che più leggera, è, per l’ambiente, decisamente migliore di quella di vetro, il cui recupero richiede operazioni di lavaggio costose e inquinanti.

Wwf e simili stravaganti associazioni ci allarmano che ogni anno 600 mila tonnellate di plastica sono riversate nel Mediterraneo, mettendo in pericolo – hanno contato –  ben “134 specie marine”. A parte il fatto che sarebbero 134 specie marine delle oltre 2 milioni specie marine esistenti, verrebbe da chiedersi chi caspita riversa ‘sta plastica nel mare e perché. Senza saper nulla, viene da pensare le imbarcazioni d’ogni sorta, da quelle di crociera ai pescherecci. In ogni caso, sembra evidente – ma a quanto pare non lo è – che se questo fosse il problema, allora non è la plastica che bisogna smettere di produrre, ma semplicemente assicurarsi che essa non vada riversata in mare. Se le auto rottamate fossero riversate nel fondo degli oceani, si invocherebbe la cessazione della produzione d’auto?

Cosa fare allora della plastica che, una volta usata e cessata la propria funzione, deve essere rubricata come rifiuto? Purtroppo anche qui ci mette la coda il diavolo dell’ideologia. Come ogni ideologia che si rispetti essa ha il proprio slogan, che nel caso specifico è “economia circolare”. Cioè la pretesa che ogni rifiuto di un processo produttivo debba per forza essere risorsa per un altro processo produttivo. Un’ideologia che non sempre funziona. Anzi, come tutte le ideologie, non funziona quasi mai.