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L’ultimo eurobaraccone: i negoziati Ue con la Cina

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Nella grande lotta geopolitica mondiale che si preannuncia, nonostante i tanti buoni propositi della presidentessa Ursula von der Leyen, l’Europa rischia di restare schiacciata. Tipico prodotto della globalizzazione, e dell’ideologia multilateralista che ne conseguì, l’Unione Europea come è adesso è ferma a una stagione precedente della hegeliana “storia del mondo”. La ricerca ostinata di un partenariato con la Cina di Xi Jinping, il non percepire che il regime comunista di quel Paese debba essere considerato un avversario sistemico e quindi pericoloso in prospettiva per le stesse libertà occidentali che si dice di voler difendere, fanno sì che da sei anni si tenga in piedi un inutile baraccone di negoziati bilaterali tesi a favorire investimenti cinesi in Europa. E che sarebbe dovuto giungere alla firma di uno storico trattato di cooperazione nel prossimo settembre, nel corso del semestre a presidenza tedesca.

Prospettiva che, in verità, sembra essersi allontanata dopo il verice in videoconferenza di ieri l’altro fra Cina e UE, ove parrebbe che per la prima volta l’Europa, pur continuando nella sua linea suicida della ricerca di un accordo, abbia messo sul tavolo questioni come la concorrenza sleale delle industrie cinese, che godono dell’appoggio statale, e del rispetto di diritti umani, questione acutizzatasi dopo le vicende di Hong Kong. L’Europa però continua a non capire, o finge di non capire, che gli investimenti cinesi in Europa, nelle modalità e nella quantità che vorrebbe Pechino, porterebbero inevitabilmente ad un assoggettamento non solo economico e in prospettiva politico, ma anche culturale, del nostro continente all’Impero di Mezzo.

Gli elementi che spiegano questa ottusità eurocontinentale sono molteplici, alcuni sono errori di ragionamento imputabili a una falsa ideologia dominante (multiculturalisti, antiamericana, antitrumpista) e altri sono errori legati a concreti interessi. Insieme, fanno sì che un vero e proprio “partito cinese” abbia conquistato una tale forza all’interno dei Palazzi di Bruxelles e Strasburgo, ove qualcuno ha immaginato su questo punto un’autonomia da “terza forza” rispetto agli Stati Uniti, che, prima di essere un errore tattico e strategico, è un tradimento a quella comune fede occidentale che ci ha portato a vincere la “guerra fredda” ed è stata la causa prima della pace e del benessere del nostro continente dopo la seconda guerra mondiale, e anche dello stesso graduale (fino a Maastricht) rafforzamento dela coperazione fra gli Stati e i popoli che lo compongono.

Pensate solo un attimo allo stato d’animo dei Paesi europei dell’Est, che a mio avviso spiega parte della loro opposizione all’attuale gruppo dirigente di Bruxelles: dopo essersi liberati di un totalitarismo comunista, come possono star tranquilli di fronte all’appeseament europeo nei confronti di un altro e più temibile? Più temibile anche perché sa usare con spregiudicatezza le armi della propaganda, della persuasione, della diplomazia amichevole fatta anche di laute consulenze (tutto lecito per carità!) a personaggi in vista dell’establishment europeo. I quali in questo modo entrano in una rete di reciprocità e gentlemen agrements che finisce per influenzare anche i loro giudizi.

Il caso dell’ex presidente del Parlamento europeo, Romano Prodi, il quale “sogna” un “grande progetto Europa-Cina” che ci faccia diventare “reciprocamente simpatici”  e ci faccia “sciogliere il nostro nazionalismo”, è altamente significativo. In esso, nella migliore delle ipotesi, è presente l’idea che i valori occidentali, per il solo fatto d’incontrare un’altra civiltà, finiscono per autoaffermarsi universalmente per forza intrinseca (assunto che proprio in Cina ha storicamente mostrato la sua fallacia come è evidente dal fatto che i missionari cristiani non siano riusciti solo lì a svolgere con successo all’inizio dell’età moderna la loro opera di evangelizzazione); nel peggiore e, ahimé forse più credibile, un innamoramento élitario per un regime come quello cinese che accudisce paternalisticamente i propri sudditi, ne indirizza le vite e li fa vivere in un’armonia aconflittuale molto simile, parafrasando Kant, a quella che è dato vedere in un branco di pecore portate al pascolo dal pastore.