Esteri

Macron incassa due porte in faccia. Così l’asse Meloni-Merz lo mette all’angolo

Dopo i caccia, ora la Francia incassa il no tedesco agli eurobond. Fine di un leader che ormai non conta più

Merz, Meloni e Macron nel gruppo dei Volenterosi Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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In Europa il tradizionale e storico tandem franco-tedesco sembra aver rotto la cinghia. E così da qualche settimana emerge un’alleanza abbastanza inattesa e potenzialmente rivoluzionaria: quella tra la premier italiana Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Il loro incontro del 23 gennaio 2026 a Roma, culminato nella firma di un piano d’azione bilaterale, non si è rivelato solo un gesto diplomatico, ma un segnale chiaro di un cambio di paradigma.

Meloni e Merz stanno cercando di sancire un’intesa che va oltre i confini nazionali e anche oltre i singoli interessi dei due Stati, puntando a ridisegnare l’Unione Europea in chiave più nazionale e meno burocratica, con un focus su una sinergica competitività, difesa e migrazione.

L’asse Merz-Meloni nasce proprio da una convergenza di interessi. Da un lato, l’Italia di Meloni, con la sua visione sovranista e pragmatica, cerca partner affidabili per contrastare l’egemonia della Commissione di Bruxelles, nota per imporre regole asfissianti (talvolta poi subito rimangiate a distanza di pochi mesi) che penalizzano le industrie nazionali. Dall’altro, la Germania di Merz vede nell’Italia un alleato per superare le frizioni con la Francia di Macron, il cui protezionismo “Made in Europe” e finto perbenismo non convincono Berlino. Monsieur le President gioca a fare il novello Churchill e questo risulta spesso indigesto a tanti Stati UE (e anche in Francia, a giudicare dal suo tasso di gradimento).
Come ha dichiarato Meloni durante la conferenza stampa al termine del bilaterale: “Italia e Germania sono più vicine che mai, e questa è una buona notizia per l’intera Europa”.

E Merz ha fatto eco, enfatizzando la necessità di un 2026 come anno di opportunità e grandi decisioni, con un’agenda che include semplificazione normativa, politica industriale forte e cooperazione energetica.

Al centro di questa alleanza c’è la volontà di restituire potere agli Stati membri, riducendo l’inutile longa manus di Bruxelles.
E così si discute di una rivoluzione soft: veto per i governi su regolamenti eccessivi, deregulation per favorire la crescita e un approccio più aperto al commercio internazionale.

I soloni europeisti forse la vedranno come un attacco al cuore dell’integrazione europea, ma i due leader la presentano come una cura per un’Unione in crisi, schiacciata tra il protezionismo trumpiano e la concorrenza cinese.

Un esempio lampante della liaison fra Germania e Italia è certamente il settore della Difesa, dove l’intesa si potrebbe concretizzare a breve. In questo caso entra in gioco il fallimento del jet di produzione franco-tedesca, il Future Combat Air System (FCAS), un programma da 100 miliardi di euro per un caccia di sesta generazione che coinvolgeva Francia, Germania e Spagna. Lanciato nel 2017, il progetto è imploso a causa di disaccordi su proprietà intellettuale, quote industriali e governance: la Francia, sempre nota per la sua umiltà, voleva l’80% del lavoro, mentre i tedeschi reclamavano parità. Nel dicembre 2025, un incontro tra ministri della Difesa non ha risolto nulla, e a gennaio 2026 Berlino ha mancato la deadline per una decisione finale. “FCAS è morto, tutti lo sanno ma nessuno lo dice” è l’indiscrezione della stampa francese.

E proprio per questo da settimane la Germania guarda con interesse al Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto per un caccia stealth di sesta generazione guidato da Italia, Gran Bretagna e Giappone, con entrata in servizio prevista per il 2035. Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha aperto le porte: “la Germania potrebbe unirsi” e diverse fonti indicano che Berlino ha già sondato Roma su questa possibilità.

Anche Meloni ha segnalato disponibilità durante l’incontro con Merz, mentre Macron disorientato ha chiesto chiarimenti. Unirsi a GCAP significherebbe per la Germania abbandonare FCAS, ma guadagnare in tempistica e collaborazione paritaria, con Italia come ponte verso l’Indo-Pacifico grazie al coinvolgimento giapponese. Questo spostamento non solo rafforza l’asse italo-tedesco, ma ridisegna la difesa europea, dividendo il continente tra un GCAP stabile e un FCAS in stallo.
In conclusione, l’alleanza Merz-Meloni potrebbe essere il “gran botto” di cui l’Europa ha bisogno: un motore alternativo che privilegia pragmatismo e sovranità nazionale, senza rinnegare l’unità.

A questo si aggiunga che Macron ha invocando per l’Europa l’emozione di eurobond, cioè debito comune, proposta subito bocciata da Berlino convinta che sia solo un modo per “distrarre” l’attenzione dal vero problema, ovvero la produttività. Due schiaffi, uno dietro l’altro, che il galletto Macron farà fatica ad assorbire.

Alessandro Bonelli, 10 febbraio 2026

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