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Mamma li turchi: Erdogan trasforma Santa Sofia in moschea

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La trasformazione della Basilica di Santa Sofia (il lettore ci perdonerà se continuiamo a definirla Basilica ma per noi cristiani tale rimane) a Istanbul in Moschea rappresenta solo l’ultimo risultato del progetto neo ottomano di Erdogan. Nonostante gli appelli dell’Unione europea, del patriarca di Mosca Kirill, del patriarca ecumenico di Costantinopoli, del segretario di Stato americano Mike Pompeo, Erdogan ha cancellato l’immagine di Santa Sofia (patrimonio Unesco) come simbolo di dialogo interreligioso per farne un baluardo neo-ottomano.

L’ufficialità di oggi del Consiglio di Stato, testimonia il progetto politico del presidente turco basato su una forte identità nazionale e religiosa che si contrappone alla visione del mondo di un Occidente sempre più debole dove dilaga la secolarizzazione. Mentre in Europa si cerca di cancellare ogni forma di tradizione tra cui il millenario retaggio cristiano, contrastando il concetto di identità in nome di una visione globalista, le nazioni con una maggiore crescita (sia essa economia o geopolitica), si basano su una forte identità. La Cina di Xi, la Russia di Putin, l’India di Modi e la Turchia di Erdogan. Non caso in queste quattro nazioni la religione (ortodossa in Russia, induista in India, musulmana in Turchia e la fede nel partito Comunista che assume un carattere dogmatico) ha un ruolo preminente.

Non c’è però solo un fatto culturale nella decisione di Erdogan (che ha reso negli ultimi anni la Turchia una nazione sempre meno democratica), ma anche la volontà di dimostrare il proprio potere. Il novello sultano ha un sogno: ricostituire l’Impero ottomano, per farlo ha bisogno in politica interna di un consenso pressoché egemonico basato sulla centralità dell’Islam e in politica estera di un’espansionismo nelle aree un tempo conquistate dagli ottomani, il nord Africa e i Balcani. Nei Balcani ha una stretta collaborazione con il governo albanese di Rama (non a caso l’Albania è una nazione a maggioranza musulmana) e con il governo macedone. All’indomani del terremoto che qualche mese fa ha colpito l’Albania, Erdogan si è impegnato a ricostruire 500 case. Addirittura nella Serbia ortodossa, storicamente arci nemica della Turchia, le cose stanno cambiando con una distensione dei rapporti, lo stesso vale per la Bulgaria (in tal senso va letto l’arrivo di migliaia di migranti provenienti dalla Turchia al confine con la Grecia qualche mese fa e non verso la Bulgaria, anch’essa stato dell’Unione europea).

Ma i segnali sono molteplici: dalla volontà di costruire un secondo canale del Bosforo, a quella di ripopolare il quartiere abbandonato di Varosia nella città di Famagosta al confine tra Cipro e Cipro Nord. La questione di Cipro è particolarmente delicata non solo per la Grecia ma anche per l’Italia a causa dei contratti di perforazione per la ricerca di petrolio dell’Eni. Lo stesso discorso vale per la Libia dove si sta tornando agli equilibri precedenti il 1911 quando l’Italia conquistò la Libia proprio dall’Impero ottomano. C’è poi il tema della natalità che il presidente turco utilizza come un’arma politica arrivando a sostenere che: “I Turchi conquisteranno l’Europa facendo figli”.