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Maneskin a Sanremo, il baraccone genderfluid si allarga

Amadeus ha annunciato la presenza del gruppo musicale (sposato) sul palco dell’Ariston

maneskin sanremo 2023

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Ucci Gucci, sento odor di molti ciucci: quelli che ancora credono i Maneskin siano un gruppo di musicisti. La chiusura del cerchio l’ha tracciata Big Nose Ama, ovviamente interrompendo notiziari e programmazione nazionale: superospiti al prossimo Sanremo. La faccenda era ovviamente nell’aria, s’impone la promozione della nuova ciofeca “Rush”, della quale tutti conoscono l’inconsistenza e temono emerga, critici e gossippari sono già stati debitamente foraggiati per dirne meraviglie, senonché il passaggio al Festival resta fondamentale: così come Chiara Ferragni ha bisogno di un pretesto per giustificarsi (Costanzo dixit), anche questi necessitano di un alibi, che non è il disco nuovo ma la matrice pesantemente gender oltre la quale non hanno identità.

Ieri si esibiscono truccati come peripatetiche da vicolo, oggi fanno una strampalata cerimonia in cui “si sposano”, si sbaciucchiano “per sancire la fedeltà eterna” (entro un anno saranno scoppiati), ideata e coreografata dall’ex direttore creativo di Gucci (che resta la griffe ufficiale dei 4), Alessandro Michele, da poco gentilmente accompagnato alla porta per aver esagerato con questo giochetto. Come invitati, una pletora di avatar fluid di tutte le epoche a partire da Manuel Agnelli, il loro babbino caro, partito sex symbol macho nel secolo scorso, per finir glitterato e sfumato come chi deve durare nell’universo televisivo, visto che dei dischi che si ostina a sfornare non si accorge nessuno (da anni, da anni…). A Sanremo, che è l’alibi di un Festival, che si giustifica quale liturgia che si autoavvera, la processione di prefiche artistiche in odor di fluid, da Madame ad Ariete a tanti poveruomini emaciati, virtualmente castrati, ritrova i sommi sacerdoti del nulla pateticamente pruriginoso; faccia il favore chi adora essere preso per il prepuzio da questa farsa: lasci in pace il rock, il glam, di cui ha forse sentito parlare, senza capire: quello era un fenomeno legato alla musica popolare, dove più dove meno spontaneo, coi suoi risvolti affaristici certamente, ma inserito in uno scenario di forte mutamento artistico e sociale; riproporlo oggi, a sessualità ampiamente superate, è solo una scusa, come si diceva, o, più precisamente, una manovra politica dunque commerciale.

Questi anonimi ragazzini, senza talento, senza carisma, senza cultura specifica (non parliamo di quella generica), che gli strumenti li rovinano soprattutto quando tentano di suonare, si pongono come simboli di un processo globalista che impone inedite false priorità: il catastrofismo ambientale, la confusione simbolica sessuale, l’idolatria della tecnologia. Non c’è bisogno di leggere Legutko, Delsol, Rampini, Veneziani o Ratzinger, è tutto alla luce del sole anche per i fanatici festivalieri dal molto semplice approccio, per i ragazzini suggestionabili oltre misura, è tutto molto chiaro, troppo chiaro. Pretesti. Alibi. Rappresentazioni assai poco sacre, francamente imbarazzanti. Comprensibile che quattro che suonano su un marciapiede si lascino comprare, manovrare e poi si montino la testa perdendola completamente, fatto è che questi Manikin sono manovrati in modo eccessivo e votato a prematuro appassimento. In una parola, hanno rotto i coglioni.

Sanremo, quanto al processo poco sopra accennato, è cornice fatidica. Inevitabile. È il baraccone principe della televisione generalista di sinistra (anche se da destra non saprebbero fare granché meglio), è la messa cantata (purtroppo) di questa agenda. Molti si son detti sconcertati dall’imbarco di Zelensky in collegamento, sconcertati ma non stupiti; altri hanno ironizzato circa una eventuale partecipazione di Greta, ma dal sarcasmo affiorava più di una punta di realtà. Arriveranno, vedrete, altri testimonial di insostenibile leggerezza: virologi, infermiere Dubai-style, dottoresse presenzialiste che vogliono proibire il vino: sono tutti elementi a comporre un quadro d’insieme, la nuova società denaturata, evirata di ogni spiritualità, con idoli nuovi e nuove decrepite priorità.

Lo fanno per noi, dicono. Ma a Sanremo, comprensibilmente, gli altri succedanei di cantanti, quelli in gara, i più giovani, storcono il naso. Temono lo scippo di attenzione, sono gelosi, debbono accettare le regole, sperando che domani tocchi a loro, ma per l’oggi ancora gli vanno di traverso. Va detto che nel totale fallimento di quasi tutte le issue, dal migrantismo rivelatosi disastroso all’ambientalismo terroristico finito in odio alla gente normale fino all’ossessione sanitaria sfuggita di mano, l’unica dimensione tuttora sfruttabile per la sinistra mediatico-elettorale è rimasta quella erotica. E allora sotto con le Egonu, un anno dopo l’altro, con le attricette in fama di miste, con cantanti che non si perdono uno scatto non binario, coi Maneskin che si sposano tra loro. Alla festa grottesca c’era di tutto. Calciatori milionari, attrici emergenti presuntuose (Sabrina Impacciatore, Benedetta Porcaroli), registi piddini (Paolo Sorrentino), starlette e presenzialisti indefiniti, fino a certa Cathy Latorre che i più non sospettano ma sarebbe un personaggio, naturalmente fluido, ideatore di una campagna odiare costa in funzione di iperattivismo genderfluid.

La solita storia per cui da una parte si può dire di tutto e di peggio ed è sacrosanta libertà di espressione, dall’altra se uno si azzarda a dire “beh, però” viene fulminato da rappresaglie di ogni genere. Anche in questo caso è stata tentata, ovviamente, una carriera politica, ma non pare la prospettiva sia stata presa molto sul serio (difatti si punta molto sulla Schlein per un recupero). Domanda dalle cento pistole: ma può un regista comunista, può l’attivista comunista di turno partecipare alla festa tutta apparenza, all’insegna dello spreco, della vanità un tempo esecrata dal moralismo comunista, dal consumismo scomunicato dal costume comunista, dal classismo capitalista di calciatori e rappettari in fuoriserie, da un uso della sessualità non a fini rivoluzionari ma figlio della degenerazione borghese, come l’avrebbero fulminato il Politburo e l’Unità?

Possono, possono. Infatti lo fanno. Senza imbarazzo, senza preoccuparsi di fornire una giustificazione teorica. Sono lì per far soldi, selfie e potere. I Maneskin a Sanremo, Sanremo ai Maneskin. Bello sarebbe un duetto in collegamento: gli Zelenskin. Oggi le messe cantate si celebrano così.

Max Del Papa, 21 gennaio 2023