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La dittatura di Xi

Mascherine, ecco il regime “Covid Zero”: preso e legato chi non le indossa

La politica da Covid-Zero prosegue nel regime di Xi. A Guangzhou, da settimane sono in corso le rivolte contro i lockdown

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Un mondo rovesciato, una realtà orwelliana, una forma di controllo sociale. È questo ciò che è diventato il Covid-19 in Cina: uno strumento di governo capace di sedare qualsiasi resistenza popolare contro il regime comunista di Xi Jinping. Forse, più specificatamente, dovremmo dire che il virus è stato il fine per giustificare i mezzi. Ovvero per legittimare restrizioni contro qualsiasi libertà individuale, obblighi di tamponi quasi quotidiani, codici sanitari da presentare per uscire di casa e per andare a fare la spesa.

Se, ancora oggi, qualcuno dubita del carattere comunista della Cina, vista la sua apertura al capitalismo ed alla globalizzazione; con la pandemia da Covid-19 non dovremmo avere dubbi: Pechino ha confermato, una volta per tutte, quello che è il suo lato mascherato, l’anello debole che ha sempre voluto tenere nascosto dinanzi al mondo moderno. Lo dimostrano anche le ripetute violazioni dei diritti umani nella regione dello Xinjiang contro un milioni di uiguri, detenuti all’interno di campi di rieducazione. Secondo la narrazione dittatoriale, tali centri sarebbero istituiti per prevenire il terrorismo dell’Isis, ma la realtà risponde a fini ben diversi, a cui si accompagnano anche le politiche di limitazione delle nascite di derivazione maoista, attuate da Xi Jinping.

Questa volta, il tragico spettro della dittatura è offerto a Guangzhou. Pochi giorni fa, avevamo raccontato le prime rivolte dei cittadini, rinchiusi in casa dopo l’esplosione dei casi di Covid-19 arrivati a 18mila positivi. I video mostravano una Cina in rivolta, con gli abitanti scesi in strada e tu per tu con le forze di polizia del regime.

Ebbene, l’indegno spettacolo non è ancora finito. Sui social, circola un video raffigurante due giovani ragazze, una senza mascherina e l’altra no, che cominciano a discutere con la polizia e gli operatori sanitari. Risultato finale? Le ragazze sono spinte a terra e legate in mezzo alla strada. E questo perché, lo scorso 30 ottobre, non avevano fatto il tampone. Ciò vuol dire che il codice del loro smartphone era diventato giallo, segno di pericolo di trasmissione del virus (Orwell non avrebbe potuto immaginare di meglio).

Una situazione, però, che rappresenta la normalità per la popolazione. Anzi, il paradosso della normalità. Poche settimane, è stato l’attivista per i diritti umani, Drew Pavlou, a mettere a conoscenza le violenze perpetrate anche dagli operatori sanitari contro la popolazione cinese. Un video, pubblicato sui canali social, mostrava un cittadino bloccato a terra, legato con le mani dietro alla schiena ed immobilizzato con i piedi dei sanitari sopra al collo. La persona, in stato di sofferenza, “non riesce a respirare” (afferma mentre è nei fatti arrestata), ma gli operatori non battono ciglio e proseguono nell’applicazione di quello che, in Europa, era ben visto come il “modello cinese”. Scene da terzo mondo, ma che sono la regolarità in un Paese che si appresta a diventare la prima potenza economica mondiale.

Matteo Milanesi, 21 novembre 2022