Nel corso dell’ultima puntata di Quarto Grado, Gianluigi Nuzzi si è trovato in grande difficoltà a contenere l’esuberanza di Roberta Bruzzone, la quale sembra che abbia qualche problema a gestire la sua evidente aggressività intellettuale, se così vogliamo definirla.
Approfittando della presenza degli oramai famosi Porta e Occhetti, i periti informatici nel primo processo contro Alberto Stasi, la criminologa ha chiesto di poter fare loro alcune domande. Ottenuto ovviamente l’assenso del conduttore, la Bruzzone è andata in progressione, comportandosi in modo a dir poco imbarazzante, tanto da impedire ai due malcapitati di poter rispondere ai suoi quesiti, poiché ella, non appena percepito che la risposta non le aggradava, a cominciato a dare sulla voce all’interlocutore.
A questo punto il buon Nuzzi ha ripreso decisamente in mano la situazione con queste parole: “Roberta, no scusami. Se tu vuoi fare delle domande funziona così: se un ospite vuol fare delle domande ad un altro ospite, gliele fa e aspetta le risposte. Queste risposte loro – riferendosi a Porta e Occhetti – hanno tutto il diritto di dirle, di esporle. Non siamo in un’aula di giustizia, non siamo in un contro esame. Siamo in un alveo giornalistico”.
A mio avviso, a ben rifletterci, mi è parsa abbastanza stupefacente la replica della Bruzzone: “va be’, aspettiamo la risposta. Non chiedo scusa dato che mi sono fatta un po’ prendere la mano”… quindi, bensì una frase che sembra indicare che forse l’intento della nostra eroina fosse quello di inchiodare i due esperti informatici a tutta una serie di accuse che la stessa ha sottinteso, citando una presunta indagine a loro carico, scaturita da una altrettanto presunta denuncia per aver divulgato, e qui veniamo al motivo del contendere, alcune informazioni circa l’utilizzo del computer della povera Chiara Poggi da Parte del fratello Marco.
Secondo la Bruzzone, si tratterebbe di “informazioni che non sono ricomprese nella vostra perizia del processo e che oggi sono da loro distribuite urbi et orbi generosamente. Veicolate tantissime informazioni piuttosto delicate – continua la donna, esperta anche di falegnameria criminale – attribuite in maniera molto chiara a Marco Poggi, perché raccontate cose che all’epoca dei fatti non trovano riscontro. Avete detto che c’era qualcosa di terribile nelle ricerche, mi spiegate perché?”.
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Molto netta la risposta di Porta: “Noi abbiamo concluso il primo incarico per il processo dell’omicidio il 10 ottobre 2009, con la consegna della perizia. Abbiamo consegnato le copie forensi e non abbiamo mai divulgato informazioni su Marco Poggi. Quelle informazioni, se si riferisce al report del Ris, sono quelle del contenuto del pc di Chiara Poggi, quindi quello è un documento”. Quindi ha precisato: “Il concetto è questo: se avessimo ritrovato contenuti illegali sul pc di Chiara Poggi avremmo avuto l’obbligo di denunciarli. All’epoca non avevano nessuna rilevanza questi contenuti.”
Tuttavia, alla fine della fiera, malgrado i due esperti abbiano anche sottolineato che tali informazioni erano pubbliche già molto prima del loro incarico, la Bruzzone non si è dichiarata soddisfatta, dichiarando: “non mi hanno risposto”.
A questo punto credo che sia lecito porci la domanda delle cento pistole: ma per quale misterioso motivo la stessa Bruzzone, che imperversa su alcuni dei principali canali televisivi, non cerca di darsi una calmata in attesa della famosa “discovery”, ossia quando la Procura di Pavia svelerà tutte le carte dell’indagine?
Oramai anche i sassi dovrebbero aver capito che gli attuali inquirenti sono del tutto impermeabili alle ingerenze esterne, soprattutto quelle provenienti dai media, e dunque alzare inutili polveroni sulla porta a libro della cantina, su qualche audio malandrino o, come in questo caso, su un segreto di Pulcinella divulgato dai Ris nel 2007, non può che creare confusione nel dibattito giornalistico e di, conseguenza, nell’opinione pubblica.
Forse dispiacerà alla criminologa più televisiva, ma si ha da tempo l’impressione che oramai “les jeux sont faits”, i dadi sono sul tappeto e, dunque, i pozzi non si possono più avvelenare, così come in tanti credono che sia avvenuto dopo che Alberto Stasi venne assolto per ben due volte consecutive.
Claudio Romiti, 17 marzo 2026
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