Esteri

Medio Oriente, ansia per il 7 ottobre: una “reazione a catena” può portare gli Usa in guerra

Gli alert su Israele e sull'Arabia Saudita non fanno prevedere scenari positivi. Esiste oggi più che mai il rischio di una reazione a catena

Netanyahu Trump
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Lungi da noi urtare la sensibilità di tanti esperti in geopolitica ma ci permettiamo di fare un tentativo di semplificazione per comprendere cosa potrebbe accadere nel sempre più esteso Risiko che si chiama Medio Oriente e cosa tutti dobbiamo sperare che non accada.

L’allerta per il ricordo del 7 ottobre

Partiamo da due dati di fatto recenti: entrambi allarmanti. Nei giorni scorsi l’Ambasciata degli Stati Uniti in Israele ha invitato i cittadini americani a lasciare il Paese per ragioni di sicurezza. La notizia poi soffocata da uno strano bavaglio di silenzio fa il paio con informazioni allarmanti circa il 7 di ottobre, data della strage compiuta di Hamas per la cui imminente celebrazione le falangi del terrorismo islamico potrebbero tentare un’azione di terrorismo in territorio israeliano.

La seconda notizia, altrettanto sedata dai media, riguarda la recente ondata di esplosioni (non una singola) in Arabia Saudita, Paese drammaticamente sulla linea del fronte nel conflitto con i nemici giurati di sempre, il regime religioso sciita di Teheran.

Perché esiste il rischio di un conflitto globale

Questi i fatti. Quello che segue è solo un esercizio teorico, un risiko, in grado di testimoniare quanto delicata e fragile possa essere il limbo di cessate il fuoco in atto in Medio Oriente.

Partiamo da una ipotesi, non così remota. Direttamente o indirettamente attraverso i suoi proxy, in primis gli Houthi, l’Iran scatena un’offensiva militare o terroristica contro Riyadh. Prima che al suo protettore storico, gli Usa, l’Arabia Saudita potrebbe chiedere ai due suoi alleati nel recente Patto di difesa, ovvero Pakistan (il cui ministro degli Esteri si è recato nei giorni scorsi a Teheran) e Turchia di schierarsi al suo fianco in una ipotetica controffensiva contro l’Iran.

L’ingresso in guerra di Ankara, potrebbe provocare una reazione iraniana contro la Turchia, che è membro Nato e quindi scatterebbe la tagliola del secondo e più esteso patto di difesa, per l’appunto quello dell’Alleanza atlantica di cui l’Italia è parte integrante. E ciò inevitabilmente costringerebbe gli Stati Uniti a mutare la sua strategia militare che oggi non prevede boots on the ground nella guerra non dichiarata con l’Iran.

Per altro un possibile armistizio negoziato fra Russia e Ucraina, consentirebbe a Mosca di tornare a difendere posizioni tenacemente costruite negli anni sullo scenario mediorientale, in primis con l’Iran ma anche con i suoi proxy.

E la Cina? Di certo la Repubblica popolare non si può permettere il lusso di rinunciare ancora per mesi alle forniture di petrolio che oggi non transitano attraverso Hormuz e che fanno dell’Iran il principale fornitore di Pechino. Ruolo che potrebbe essere clamorosamente messo in discussione.

Netanyahu premier difficile da sconfiggere

Dulcis in fundo: Israele. Con le elezioni alle porte, Netanyahu, nel suo discorso all’Onu e con il recente attacco frontale al Sindaco di New York, è sempre meno uno “sconfitto predestinato” nella scelta del nuovo premier. La mano di ferro contro Hamas, contro Hezbollah e gli insediamenti della Jihad in Siria oltre che la prova di forza contro l’Iran e la capacità di compattare il Paese in uno dei momenti più difficili della sua storia, gli hanno fatto conquistare consensi, e non solo in Israele. Paese che nel gigantesco Risiko allargato del Medio Oriente sarà quello a compiere le mosse decisive. Specie se le organizzazioni terroristiche teleguidate da Teheran pensassero davvero di replicare il 7 ottobre. “Fauda” non è solo un serial di enorme successo specie nei Paesi arabi dove si colloca al primo posto per spettatori. Ha dimostrato in passato di saper leggere il passato, ma specialmente il futuro.

Bruno Dardani, 23 settembre 2026

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