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Guerra e talk show

Meglio intervistare Lavrov che usare il metodo Burioni

Intervista a Libero: “La sinistra è dilaniata sulla guerra in Ucraina”. E sull’intervista al ministro russo: “Uno scoop”

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di Giampiero De Chiara per Libero

«Non credo che il talk-show sia la forma ideale per l’approfondimento giornalistico. Penso sia più adatto ai temi leggeri, all’intrattenimento». Apriti cielo. Le parole dell’ad Rai, Carlo Fuortes, rinfocolano la discussione aperta dopo l’intervista di Giuseppe Brindisi a Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, e il tweet di Enrico Mentana che ha spiegato che, «non inviterà nei suoi programmi chi sostiene la Russia». Di tutto questo dibattito a Nicola Porro, conduttore di talk show come Quarta Repubblica su Rete4, non interessa poi tanto. O per essere più specifici, «non è questo il nocciolo della questione».

Quale è, allora, il senso di questa disputa?

«Una discussione che si trasforma in un giudizio morale e sull’etica diventa insopportabile. Io poi non gradisco per nulla quando i giornalisti si parlano addosso: è di una noia mortale, soprattutto per chi ci ascolta».

Ma investe anche il tuo lavoro di giornalista e di conduttore di talk show.

«Due anni fa il governo Conte ha istituito una task force per monitorare le fake news sul coronavirus. In pratica, nel mezzo di una pandemia, l’esecutivo ha imbastito un pool antibufale. Questo è quello che mi potrebbe preoccupare».

Un bavaglio?

«No, non parlerei assolutamente di bavaglio. Oggi è impossibile farlo con tutta l’informazione che gira. Ma è comunque il sintomo di qualcosa che non va».

Cos’è che non va?

«Io lo chiamo il metodo Burioni, per tornare al Covid. Voglio dire che di certi argomenti può parlare solo chi è esperto. Io mi affido agli scienziati, ma non deve diventare una sorta di oracolo. Questo proprio no. E vedo delle similitudini con questa storia degli ospiti russi nei talk show».

Oltre a Fuortes, anche tuoi colleghi come Corrado Formigli e lo stesso Mentana si sono esposti. Tu come la pensi?

«Le parole di Formigli e Mentana non mi appassionano e non mi interessano neanche un granché. Quello che è certo è che c’è un grandissimo scontro a sinistra».

Che tipo di scontro?

«Nello scenario di una guerra in cui c’è un invasore, che si chiama Russia e un aggredito che si chiama Ucraina, c’è una sinistra che si sta dilaniando. C’è una parte della sinistra legata ai valori del 25 aprile che urla contro il segretario del Pd Enrico Letta, per la sua posizione sull’invio di armi all’Ucraina e per la scelta di essere filo-atlantista».

Si tratta quindi di un problema politico e non giornalistico?

«Esattamente. La sinistra ha una doppia anima che sta creando un gran calderone che si riversa poi anche nei vari dibatti televisivi».

A destra non è così?

«Meno. Quando Giorgia Meloni ha scelto una posizione filo-atlantista, non ci sono state tutte queste polemiche in quella parte politica. Neanche un dibattito che abbia coinvolto i talk televisivi. Certo la Lega è meno convinta, ma c’è poca criticità. A sinistra, invece, ce ne è tantissima».

E delle affermazioni della politologa Nathalie Tocci che non vuole andare ospite dei talk con i propagandisti russi che ne pensi?

«È tutta una robetta loro, sempre all’interno della sinistra. Non esiste una persona dotata di ragionevolezza che possa contestare la presenza di Lavrov in una intervista televisiva. Poi si possono discutere tante cose, ma non su questo principio».

Ma ti sarai fatto una idea.

«Io sono atlantista al 100% e filo Usa, ma oggi so bene cosa dice Zelensky, so meno bene che cosa pensa o che cosa vuol far dire Putin a Lavrov, o Lavrov al suo paese. Quando c’è una guerra bisogna sentire tutti quelli coinvolti».