La sensazione è cristallina: Giorgia Meloni è finita al centro di un assedio in piena regola. Non un normale clima da campagna elettorale o da dialettica politica vivace, ma una sorta di tiro al bersaglio in cui ogni pezzo dell’opposizione, dai partiti ai sindacati, sembra aver trovato improvvisamente lo stesso spartito: caricare a testa bassa contro il governo, qualunque sia il tema, qualunque sia il pretesto. E come spesso accade in Italia, quando il rumore diventa troppo forte, ecco che si apre anche un fronte istituzionale, dove una scintilla basta per trasformare un malumore in un caso di Stato.
Il segnale più evidente è arrivato dal mondo sindacale, che da settimane ha ripreso il vecchio repertorio del “governo contro i lavoratori”, come se il Paese fosse improvvisamente precipitato in una guerra sociale. Scioperi, manifestazioni, appelli drammatici: un copione già visto, ma questa volta con un obiettivo unico e dichiarato, il premier. Non importa che si parli di salario minimo, contratti, pensioni o fisco: la linea è una sola, dipingere l’esecutivo come un corpo estraneo alla società. E poco importa se le cifre raccontino una storia più complessa, o se al tavolo le discussioni ci siano state davvero. La narrativa è più forte dei fatti, come spesso accade quando serve costruire il “nemico”. Meloni lo ha detto apertamente: “C’è chi vive meglio se l’Italia va peggio. Hanno bisogno del disastro per giustificare la loro esistenza politica”.
A questa controffensiva si accoda volentieri la sinistra, che dopo mesi di difficoltà torna a respirare grazie a qualunque inciampo possa mettere in cattiva luce il presidente del Consiglio. Ogni dichiarazione, ogni decisione, ogni polemica diventa la prova di un presunto autoritarismo, di una deriva, di chissà quale minaccia alla democrazia. L’impressione è che ci sia chi lavori più per far deragliare il governo che per costruire un’alternativa credibile. E in questo clima, la figura di Meloni finisce per diventare quasi mitologica: per alcuni il simbolo di un pericolo, per altri il bersaglio comodo su cui scaricare frustrazioni e ansie. Ieri non è mancato un affondo contro “la sinistra che non sa più cosa inventarsi per avvelenare i pozzi”.
E poi c’è la vicenda che ha fatto deflagrare tutto: quella pagina de La Verità che attribuisce a un consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani valutazioni politiche, scenari, persino l’idea di un “provvidenziale scossone” per mettere in difficoltà il governo. Una bomba istituzionale che, vera o falsa che sia, non poteva che esplodere. Fratelli d’Italia chiede una smentita secca, il Quirinale replica irritato parlando di “ridicolo”, e in pochi minuti si scatena un parapiglia degno delle migliori crisi lampo della politica italiana. Con un cortocircuito quasi surreale: tutti assicurano di non voler trascinare il Capo dello Stato dentro la polemica e però tutti continuano a parlarne.
Dal canto suo, Meloni reagisce come ha sempre fatto: trasformando l’attacco in benzina. Nel suo racconto – e per molti dei suoi sostenitori – è la conferma che contro il governo non ci siano soltanto avversari politici, ma pezzi di establishment convinti che l’Italia si governi meglio senza chi ha avuto il torto di vincere le elezioni. È lo schema che per anni ha alimentato la sua narrativa: lei da una parte, “il sistema” dall’altra. E che oggi torna comodo a molti, nei due fronti: a chi la sostiene, perché rinsalda il senso di accerchiamento; a chi la avversa, perché permette di dipingerla come perennemente in conflitto con tutto ciò che profuma di istituzione.
Il risultato è una scena politica in cui sembra che tutti giochino una partita diversa: la sinistra impegnata a raccontare un governo in crisi permanente, i sindacati pronti a suonare ogni sirena d’allarme, gli organi dello Stato chiamati in ballo loro malgrado, e la premier che, con la consueta energia, ribatte colpo su colpo. E mentre il dibattito pubblico si infiamma, mentre le tensioni si intrecciano e ogni parola pesa come un macigno, una cosa appare chiara: Giorgia Meloni, ancora una volta, si ritrova contro tutti. O forse – come a lei piace dire – tutti si ritrovano contro di lei. In Italia non è una differenza da poco.
Franco Lodige, 19 novembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


