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Meloni-Merz, l’asse che isola Macron: come vogliono cambiare l’Ue

Roma e Berlino parlano con gli Usa, Parigi alza i toni: così l’Europa si spacca sulla strategia atlantica

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C’è stata la foto di famiglia, l’applauso all’unità europea e la solita retorica da vertice Ue. Ma, come spesso accade a Bruxelles, sotto la superficie levigata restano tutte le crepe. Il giorno in cui i leader hanno brindato alla compattezza contro l’America di Donald Trump non ha affatto cancellato le differenze profonde che attraversano il continente. Anzi. La crisi sulla Groenlandia ha funzionato da collante temporaneo: quando Washington alza la voce, anche le capitali più litigiose trovano il modo di fare fronte comune. Ma basta che la tensione cali di qualche grado perché la cartina geografica – politica – dell’Europa torni a mostrarsi per quello che è: frammentata, divisa, attraversata da linee di faglia ben visibili. Ed è proprio su questa mappa che prende forma un asse che a Bruxelles non passa inosservato: quello tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz.

Il punto di contatto è semplice, quasi banale, ma oggi controcorrente: con gli Stati Uniti serve dialogo, non isteria. Pragmatismo, non crociate ideologiche. Meloni arriva al vertice senza passare da Davos e con Davos salta anche il tanto chiacchierato bilaterale con Trump, dato per imminente da settimane di retroscena e “si dice”. Nulla di fatto. In compenso, prima ancora che i 27 si siedano attorno al tavolo, va in scena un incontro ben più concreto: il faccia a faccia tra la premier italiana e il cancelliere tedesco. Non è un dettaglio. Anche perché avviene a poche ore di distanza dal vertice intergovernativo italo-tedesco. Un segnale politico chiaro: Roma e Berlino parlano, si coordinano, fanno squadra. Lo fanno da tempo, a partire dal dossier migratorio, passando per la competitività, fino alla stesura di un ‘input paper’ pensato per orientare il Consiglio europeo straordinario del 12 febbraio. Non esattamente una comparsata.

C’è poi il fattore stabilità. Meloni guida uno dei governi più solidi dell’Unione, cosa tutt’altro che scontata di questi tempi. Merz, al contrario, è a capo di un esecutivo giovanissimo, quasi in fasce secondo gli standard tedeschi. A Parigi, invece, Emmanuel Macron è già nella fase calante del suo mandato, con un futuro politico tutto da decifrare. Ed è su questo sfondo che si gioca la partita atlantica dell’Europa.

Da una parte ci sono i falchi: Macron e Pedro Sanchez, convinti che con Trump si debba marcare distanza, se non ostilità. Dall’altra le colombe: Meloni e Merz, favorevoli a tenere aperti i canali e a spegnere gli incendi prima che divampino. Politico, in un lungo articolo, ha provato a sintetizzare il tutto affidando la politica europea verso Washington a cinque leader, con etichette che dicono molto: Macron “il piromane”, Merz “il sostenitore riluttante”, Meloni “la cartina di tornasole”, Donald Tusk l’indeciso, Andrej Babis il simpatizzante. Dentro questo schema, però, il ruolo di mediatrice che Meloni aveva interpretato – ad esempio sul dossier dazi la scorsa estate – rischia di restringersi. Trump alza il tiro, moltiplica gli attacchi e l’Europa, pur con mille cautele, tende a ricompattarsi. Non a caso, durante la tempesta groenlandese, perfino due trumpiani dichiarati come Viktor Orban e Robert Fico sono rimasti insolitamente silenziosi.

Al Consiglio dei 27, Meloni tornerà a battere su un concetto che le è caro: con Trump non servono né la sudditanza né la corsa allo scontro frontale. Meglio raffreddare, rinviare, guadagnare tempo. Un approccio che si riflette anche sul dossier mediorientale e sulla partecipazione al Board of Peace di Gaza. A firmare sono stati in due: Ungheria e Bulgaria, con il sospetto – diffuso a Bruxelles – che Sofia abbia subito pressioni piuttosto energiche da Washington.

Molte capitali, da Madrid a Dublino, non entreranno mai nel Board. Altre, come Roma e Atene, tengono la porta socchiusa: nessuna chiusura pregiudiziale, ma la richiesta che lo statuto venga rivisto e chiarito dal punto di vista giuridico. Una linea che, non a caso, coincide quasi perfettamente con quella di Ursula von der Leyen. Altro che unità monolitica. L’Europa resta un mosaico e dentro quel mosaico l’asse Meloni-Merz è una delle tessere che oggi pesano di più.

Franco Lodige, 23 gennaio 2026

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