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La crisi sociale del nostro tempo (Wilhelm Röpke, a cura di Flavio Felice)

la crisi sociale Flavio Felice

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Flavio Felice ha curato, qualche anno fa, una interessante edizione de La crisi sociale del nostro tempo (1942), di Wilhelm Röpke, l’economista tedesco considerato padre dell’economia sociale di mercato. Roba che messa insieme, mercato e sociale, potrebbe far girare la testa. Ma proprio in quelle pagine, ci sono alcuni passaggi che i nostri amanti del reddito di cittadinanza dovrebbero rileggersi, con attenzione. Partendo da un presupposto e cioè che per l’economista «l’ingiustizia sociale è la più grave delle tare della società e causa, da mille e più anni della rovina delle civiltà». Insomma non nega il problema, ha un approccio, se vogliamo più morbido rispetto agli austriaci.

Eppure nella conclusione scrive «quanto più lo stato provvede per noi, tanto meno ci sentiamo indotti a provvedere a noi stessi e alla nostra famiglia, e quantomeno ci sentiamo portati a ciò, tanto meno dovremmo aspettarci aiuto da quelli il cui naturale dovere sarebbe di assisterci nel bisogno. Abbiamo finalmente trovato nello stato un Dio terreno sul qual poter rovesciare, come i Gigli sul campo, tutte le nostre preoccupazioni. Ma conseguentemente ben poco resterà della vera beneficenza. Dato però che lo stato non altro rappresenta che la comunità di tutti i cittadini, anche le sue possibilità di assistenza sono limitate dalla possibilità che esso ha di tassare tutti i cittadini, e questa a sua volta è già tesa al massimo per le richieste di aiuto da parte di tutti i produttori. Nell’un caso e nell’altro, la candela viene accesa dalle due parti. Mentre lo sforzo individuale produttivo del singolo declina, crescono le sue esigenze verso una cassa che può ugualmente riempirsi soltanto mediante gli sforzi spontanei di tutti.

Per usare, modificandola, una nota frase di Abramo Lincoln “si possono aiutare durevolmente i singoli, si può transitoriamente recare aiuto a tutti, ma non si possono aiutare durevolmente tutti”». E Röpke continua dicendo che non sono soltanto i limiti finanziari a rendere l’assistenzialismo un problema ma anche la predisposizione di una società che definisce «livellata nella sua massa». E così continua «ogni momento ci imbattiamo di nuovo nel medesimo errore: tutti i problemi e i pericoli che ci minacciano si possono ricondurre, come prima loro fonte, al processo di livellamento; ma, in luogo di rendersi conto del compito che incombe, eliminarlo, non si scorge altro rimedio possibile all’infuori di soluzioni che alla fine non sono che un logico proseguimento dell’errore. E quanto si dice del collettivismo e del totalitarismo in genere, vale nella specie per l’assistenza meccanizzata delle masse».

Insomma l’assistenzialismo, che Röpke definisce un’assistenza meccanizzata delle masse, è una forma di totalitarismo.

Nicola Porro, Il Giornale 2 ottobre 2022